Autore Topic: Sentenza  (Letto 1077 volte)

Sceiren

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Sentenza
« il: Febbraio 02, 2012, 09:34:21 am »
Posto un racconto breve che, in effetti, andrebbe considerato come una scheggia di una storia estremamente articolata e decisasmente più ampia. 
Il racconto descrive un particolare momento del mio personaggio avvenuto in coda all'ultima avventura di ruolo giocata qualche tempo fa.  Non cito l'ambientazione subito, anzi, vediamo quale tra i nostri giocatori di ruolo individua dove si trova il protagonista! 
Gli indizi sono molti e sono certo che non sfuggiranno all'occhio esperto del giocatore incallito!!

Buona lettura!

Sentenza

Pioveva.
Come nebulizzata nell’alto di un cielo plumbeo privo di alcuna nuvola, la pioggia scivolava su aliti di vento caldo, trasportata dal vento, avvolgendo, ogni cosa, ogni arbusto rinsecchito che componeva quel macabro e triste agglomerato di piante definito ormai da anni “Tristebosco”.
Passo dopo passo la figura incappucciata camminava lungo il sentiero, solo, come sempre ormai, vagava privo di meta, contemplando la desolazione intorno a sé.  E quell’assenza di qualsivoglia presenza lo rasserenava perché da quando era arrivato l’unica costante di una esistenza ormai priva di scopo e vuota come il tronco cavo di quelle piante era stata proprio l’essere al centro dell’attenzione, non come era abituato, non certo in quel modo, quanto sotto l’attenzione di tutti i suoi sudditi per timore, per paura, per terrore.
Era solo, quindi, solo in mezzo alla folla, solo nel cuore fermo di Tristebosco.
La figura si fermò al centro di un piccolo spiazzo e si sedette su di una fredda roccia ricoperta di muschio e fissò il cielo socchiudendo gli occhi dal taglio allungato: la pioggia scendeva in turbini privi di una fissa traiettoria, come fiocchi di neve… Sorrise: ricordava a stento come fosse la neve, cosa significasse camminare durante una nevicata, i rumori ovattati, i paesaggi mutati, l’atmosfera che da sempre sentiva festosa intorno a sé: un dono della Natura che ora era solo un lontano ricordo.  Era strano, pensò, come le circostanze alterassero anche la concezione stessa del ricordo: era un elfo, avrebbe vissuto, in condizioni normali, almeno altre centinaia di anni e questo significava che i ricordi avrebbero dovuto sbiadire solo tra molto molto tempo ancora e invece, con sua sorpresa, questo avveniva molto più rapidamente perché sentiva che i secondi erano ormai minuti, i minuti ore e le ore… giorni, settimane, secoli.
Si passò una mano sul viso scacciando la pioggia dalla pelle, quindi si rimise in marcia verso la sua nuova casa: una piccola costruzione in mattoni e malva abbandonata da anni e che solo di recente aveva deciso di abitare.  Era stata una decisione singolare, non condivisa dai suoi compagni e, in parte, che gli piaceva davvero poco, ma aveva ritenuto potesse tornare utile, utile per le sue ricerche, nonostante mettere piede lì dentro aveva un che di inquietante, persino per lui che di cose ne aveva viste parecchie.  Eventi cruenti, eventi miracolosi, eventi al limite della follia, eventi per la maggior parte dei mortali assolutamente inconcepibili.  La decisione era poi oltremodo necessaria per tutta una serie di motivi ulteriori.
L’elfo tornò con la mente al passato più recente, quello della sua vita precedente e un barlume di sorriso si dipinse sul suo viso pallido: era stato un faro nella notte per molti ed ora l’unica cosa che era per tutti era un incubo, un terribile incubo fatto carne.   Il sorriso si spense come la luce di una candela durante una bufera e la notte del presente seguì il crepuscolo dei pensieri del passato: era l’ombra che terrorizzava i viventi, era quello che aveva da sempre combattuto, era il male, era la fine.  L’elfo si fermò e abbassò gli occhi ai suoi piedi, al fango sul quale stava camminando, nel quale si sentiva sprofondare, nel quale qualche anno prima aveva desiderato affondare, affogare, trovare infine la pace, quando ancora, in pratica, era convinto di riuscire a contrastare quello stato di cose, a contrastare il fato che il suo nemico aveva dipinto ad arte per lui, quando ancora si sentiva l’elfo che aveva affrontato le sfide del passato armato solo di quel poco che aveva studiato e della volontà resa ferrea dagli ideali in cui aveva creduto e su cui aveva basato la sua intera, centenaria esistenza.  E oggi?: oggi il tempo non aveva più alcun peso

Il tempo è finito

nè alcun motivo di essere preso in considerazione, non per lui.
L’elfo riprese a camminare e in lontananza, facendo capolino tra fusti scheletrici e contorti, la sua nuova casa.   
Ricordava nitidamente, a differenza di altro, la priva volta che aveva visto quella struttura: ricordava la luna piena, ricordava le sue, le loro ricerche, ricordava la sua missione, il perché si trovasse in quel posto così lontano; oggi invece sapeva solo che lì, in qualche stanza, non pioveva e che lì avrebbe trovato solitudine e riposo, se così lo si poteva definire.
Aveva smontato il pavimento, aveva fatto buchi nei muri, aveva analizzato nel dettaglio ogni oggetto, sia questo frantumato a terra che riposto in credenze coperte di polvere.  Aveva scavato tutto intorno cercando un indizio che lo potesse aiutare, che potesse aiutare tutti loro a tornare, ma le sue ricerche erano state vane, anzi, col loro insuccesso avevano contribuito a rendere sempre più insopportabile la sua permanenza, evidenziando che il fato scelto per lui era scritto nella pietra e che in nessun modo avrebbe potuto alterarlo.
L’elfo entrò nella casa e lasciò la porta aperta per non sentirla di nuovo cigolare, del resto, lo sapeva bene, nessuno avrebbe osato rischiare di incontrarlo, nessuno salvo i suoi compagni di sventura incatenati, come lui, a quel mondo lontano. 
Superato l’androne entrò in quella che doveva essere stata una sala da pranzo e si sedette su di una vecchia sedia di legno, quindi si appoggiò coi gomiti al tavolo e fissò il muro composto da travi orizzontali consumate dal tempo di fronte a sé e la finestra al centro di esso.  Non pensava a nulla, fino a quando quel pensiero gli si insinuò per l’ennesima volta nel cervello: avrebbe fatto meglio a scegliere l’esilio da Talis prima, prima dell’eccidio.

L’elfo chiuse gli occhi e strinse i pugni.
Era accaduto oltre due anni prima. Allora non era ancora del tutto consapevole, come adesso, che era cambiato, che il mondo non era quello al quale era abituato, che la gente non lo vedeva come la sua gente e che, soprattutto, le regole alle quali aveva dedicato una vita intera qui non trovavano applicazione e che, anzi, producevano effetti opposti, nonostante le sue intenzioni.  In quel periodo, ancora camminava per le vie della cittadina, seppur avvolto in un abito largo e col volto celato in uno scuro cappuccio.  Sperava di non essere riconosciuto, ma che fosse giorno o notte, che camminasse nella piazza del mercato durante le contrattazioni oppure nel parco poco prima del tramonto, chi lo vedeva non poteva non riconoscerlo, a prescindere dai modi che escogitava per celare la propria identità.  E così, tra le occhiate dei passanti più lontani da lui, agli inchini della gente più vicina, quel giorno aveva scelto di ignorare le circostanze e di fingere una vita normale.  Aveva così lasciato la Dimora dei Sette e si era recato nel Vicolo degli Artigiani.  Voleva comprare qualcosa, anche se non aveva la minima idea di cosa né del senso di comprare un oggetto quando era ben consapevole che avrebbe semplicemente dovuto chiedere per avere di tutto.   La febbrile attività delle botteghe non era turbata dalla sua presenza nonostante operai e garzoni, come padroni e clienti facevano ben attenzione a non incrociare il suo sguardo o la sua strada.  Così, sempre solo anche se al centro dell’attenzione, aveva passato del tempo assaporando il profumo del legno appena segato, la fragranza pungente del vapore che si innalzava dalle botti piene d’acqua nella quale venivano immerse armi incandescenti per la tempra, aveva ascoltato con invidia le grida dei padroni che davano ordini ai loro collaboratori per evitare che questi ultimi rovinassero il loro lavoro: era la vita, quella vera, di tutti i giorni… o, almeno, l’imitazione di quest’ultima abbastanza verosimile per la gente comune da sembrare reale, agli occhi di quest’ultima.   Poi colse con la coda dell’occhio un ragazzino che correva zigzagando per la strada affollata seguito da due soldati.
- Al ladro! – gridavano i soldati piuttosto goffi e meno agili del fuggitivo.   Avrebbe dovuto lasciar correre, non interferire, ma qualcosa dentro lo riportò al passato ed a come, nella sua città, avrebbe agito.  Senza perdere tempo si era messo al centro della strada e con presa sicura aveva intercettato il ladruncolo.
Quando il ragazzino si rese conto di chi lo aveva afferrato interrompendo la sua corsa rimase interdetto.   Le guardie, a loro volta, raggiunti i due e riconosciuto l’elfo, si erano messe sull’attenti senza proferir parola.
- Cosa ha fatto di così terribile questo ragazzo. – chiese abbassandosi il cappuccio e palesando la propria identità, comunque già nota a tutti.
- Mio Signore, lui… ha rubato del pane. –
L’elfo abbassò i suoi occhi viola al ragazzino che parve rimpicciolirsi.
- E’ vero? -
Annuì vivacemente, quindi tolse da una tasca una pagnotta di pane schiacciata in più punti.
- Perché l’hai rubata, ragazzo? -
- Io… -
- Non avere paura. Rispondi alla domanda. –
Gli occhi del bambino si sgranarono ancora di più e si riempirono di lacrime.  Tremava come una foglia scossa dal vento.  Tentò di rispondere, ma le parole non trovarono l’aria.  Si umettò le labbra traballanti e ci riprovò:
- Non avevo i soldi e avevo tanta fame, Signore. -
L’elfo alzò gli occhi al cielo, quindi sorridendo passò una mano sui capelli del ragazzino, arruffandoglieli.
- Rubare è contro la legge pertanto tieni, e dette un paio di monete d’oro al piccolo fuggitivo, prendi questo denaro, torna indietro e salda il tuo debito. -
Il ragazzino strinse le monete quindi annuendo fece un passo indietro e si inginocchiò:
- Grazie mio Signore, grazie, farò come ordinato, grazie. -
- Soldati: sono convinto che la questione è chiusa, ne convenite? – disse.
- Come ordinate, mio Signore. – rispose uno dei due.  Quindi dopo un inchino i due si voltarono e lasciarono il Vicolo degli Artigiani. 
- Va. – disse, e il bambino scomparve in una folla immobile.  Quando si rimise il cappuccio, l’elfo sorrideva.  Per un attimo si era sentito di nuovo se stesso e quando le attività tutto intorno a lui ripresero, si sentì ancora meglio.
Quella notte dormì senza incubi, la prima volta da settimane; ma la maledizione che lo incatenava a quel mondo cupo e triste non ammetteva divagazioni né allentava mai la presa e la mattina, ad accoglierlo, oltre alla normale dose di dolore, si aggiunse qualcosa che lo rimise al suo posto e che, da lì a poco, lo avrebbe relegato a Tristebosco, in solitudine, per il resto dell’eternità.
Le guardie avevano seguito il bambino, dopo l’incontro con lui, lo avevano seguito per assicurarsi che obbedisse ai suoi ordini e quando avevano capito che non avrebbe fatto come ordinato, lo avevano seguito a casa, lo avevano prelevato e avevano giustiziato i genitori che si erano opposti al suo arresto.  Quindi, poiché la Legge non ammetteva che non venisse seguito alla lettera il desiderio dei Signori, il bambino era stato punito con la pena capitale.   Quando lo aveva scoperto, l’elfo aveva raggiunto il giudice che aveva emanato la sentenza e aveva ordinato che si giudicasse a sua volta per omicidio e visto che la pena per quel reato era la morte, aveva ordinato la sua esecuzione.  Poi aveva ordinato ai soldati che avevano massacrato la famiglia del ragazzino di presentarsi e li aveva giudicati anch’essi per omicidio e anche per questi aveva richiesto la pena prevista.   
Aveva cercato di fare del bene, come in passato, ed aveva ottenuto sei cadaveri in cambio.
Dopo l’eccidio aveva lasciato la Dimora dei Sette e si era rintanato nel Tristebosco, in quella casa spettrale che un tempo era stata teatro di efferati massacri ad opera delle tre Piaghe di Talis, le Streghe del bosco, da loro affrontate, le stesse che li avevano giocati, battuti, giudicati, sconfitti anni addietro.
L’elfo sospirò, quindi si guardò le mani sporche di terra ed erba e disse:
- Ma chi sono oggi io… cosa sono diventato? -
Riflettè per un po’, quindi annuendo si rispose rassegnato:
- La sentenza di Frost è corretta ed è giusto che io sia stato giudicato colpevole.  Sceiren è colpevole e rimarrà qui, incatenato in questo semipiano voluto per i Sette, per il resto dell’eternità a scontare la pena per i crimini compiuti nella sua vita passata. -

« Ultima modifica: Febbraio 02, 2012, 09:45:31 am da sceiren »

"Spesso gli incantesimi più semplici nascondono le sorprese più grandi" - Sceiren