Autore Topic: [Star Citizen] Schegge di futuro  (Letto 1300 volte)

Sceiren

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[Star Citizen] Schegge di futuro
« il: Novembre 08, 2013, 01:44:53 pm »
Posto un racconto breve ambientato nell'universo fantascientifico di Star Citizen.
Il racconto descrive i tre pilastri del gioco: esplorazione, combattimento, commercio.

In particolare il primo paragrafo l'ho scritto ad agosto in occasione dell'uscita del primo modulo, il modulo Hangar ed ha appunto pennellate di commercio, il secondo ruota sull'esplorazione ed il terzo... ma quanto parlo oggi!  In poche parole, questo è come me lo immagino, questo quello che desidero!

Come sempre, buona lettura.

Schegge di futuro


1
Tutto comincia in un hangar


Aveva le sue mani schiacciate sopra gli occhi e oltre a non vedere assolutamente nulla, in più di un’occasione, mentre camminava incerto seguendo la voce di suo fratello che evidentemente lo precedeva, era stato strattonato all’indietro da suo padre che non aveva la minima intenzione di mollare la presa e, da dietro le spalle, lo attanagliava senza pietà.
- Padre, per favore, credimi non vedo assolutamente nulla! Vorrei però tornare a farlo prima o … ahi! Prima o poi! Se me li schiacci gli occhi come torno a lavoro! – e rideva.
- Su, su, non fare il ragazzino! Tuo padre sa quello che fa, vero Anthony? – la voce di sua madre era allegra e felice.   Mark sapeva che sua madre a stento si tratteneva dal dirgli a cosa stava andando incontro in quel modo così pittoresco e per questo non chiedeva, per non darle la spintarella che le mancava per cedere: non aveva mai saputo trattenere i segreti e quello andava avanti da quando era rientrato dalla sua ultima missione due giorni prima a quel momento.
- Dai dai! Vieni Mark! – il fratellino lo incitava, sua madre lo incitava… e suo padre lo incitava trattenendolo!
- Andiamo va bene! –
Allungò il passo e con due lunghe falcate per poco non sfuggì alla presa del padre che trattenne un’imprecazione trai denti prima di tirarlo a sé.
- Aspetta ferm… -
Non fece in tempo per impedire al ragazzo di scontrarsi con un freddo e pesante portello ancora sigillato.
- Per fortuna, disse sogghignando, mi tenevi le mani sugli occhi altrimenti sia che capocciata! -
- Ah, fai due passi indietro. – disse suo padre prima di adagiare il palmo della mano sul rilevatore biometrico.
Lo scanner iniziò l’analisi delle sue impronte digitali, prelevò una goccia di sangue e una voce metallica con una vaga flessione femminile confermò identità, sesso e poi quello che da sempre faceva ridere Jason quando lo ripeteva ad ogni accesso: “soggetto vivente”. Quindi con un sboffo il portellone si aprì permettendo l’accesso alla famiglia Mc Bride.
Non appena Mark superò il portello finalmente aperto, si fermò e sorrise piegando il capo sulla destra:
- Siamo nell’hangar, vero mamma? -
La signora Lara Mc Bride si morse un labbro e non rispose, ma il suo silenzio per il figlio fu l’equivalente della risposta.
- Dai, forza! – lo incalzò Jason saltellandogli davanti precedendolo.
- Va bene, va bene, eccomi. –
Con passi incerti, ma più rapidi possibili e sempre non vedendo assolutamente nulla, Mark, tallonato da padre e madre e anticipato dal fratellino puntò dritto davanti a sé.  Valutò dal numero di passi che tra poco avrebbe raggiunto il piano olografico e la nave dei suoi genitori, quindi rallentò un poco quando ebbe la sensazione di essere prossimo all’ennesimo frontale.
- Non di qua, andiamo, ecco, bravo svolta di qua o mi ammaccherai Bellatrix. -
Aveva fatto bene i suoi conti.  Si lasciò indirizzare dalla pressione sulla spalla destra di suo padre e riprese a camminare quando infine la sua marcia alla cieca giunse al termine.
- Andiamo, uff… dai! – continuava Jason impaziente e non più in grado di trattenersi.
Il padre espirò rumorosamente, quindi gli disse all’orecchio di tenere gli occhi chiusi, infine allentò la presa e lo lasciò.
- Molto bene, Mark, adesso puoi aprirli. – disse con voce seria Anthony McBride.
Come spesso capita, l’impazienza vinse il buon senso e Mark spalancò di colpo le palpebre venendo travolto dalla forte luce dei neon che illuminavano l’enorme hangar di una luce azzurrina.  Istintivamente si riparò con l’avambraccio e attese che le pupille si adattassero, quindi, lentamente, col cuore che gli batteva in petto senza un motivo di preciso, allontanò il braccio e mise a fuoco.
Rimase come inebetito per qualche attimo, incredulo di quanto aveva di fronte.  Si portò una mano alle labbra continuando a fissare dritto davanti a sé quello che avrebbe tranquillamente potuto essere un miraggio, una di quelle allucinazioni di cui aveva studiato in accademia.
- Sei… siete… ma siete matti!? -
Due passi, poi altri di corsa fino a raggiungere il portello circolare subito dietro la cabina di pilotaggio, sulla fiancata.
- Non è possibile… ma come…? -
Lara batteva le mani entusiasta, mentre Anthony annuiva soddisfaccio con gli occhi lucidi.
- Sei senza parole, eh? Un capitano sa sempre cosa dire! – disse Jason portandosi le mani sui fianchi e alzandosi sulle punte per darsi maggiore importanza.
- Io non so cosa dire…-
- Non devi dire nulla, figlio mio, quello che devi fare e assumere il comando della tua vita e non ha senso studiare una vita, prendere il brevetto, l’abilitazione a scout col massimo dei voti per poi passare il tempo a fare da mozzo su una Freelancer per pochi spiccioli.  No, Mark: hai scelto la tua strada e per percorrerla hai bisogno di una nave ed eccola qui, andiamo, non gli dai un nome? –
Mark appoggiò la mano sul vetro del portello.
- Un nome per un’Aurora… mi pare quasi un contro senso… -
- Ehi, per chi ci hai preso, pensi forse che ti manderemmo là fuori “semplicemente” con un’Aurora?-
Mark finalmente padrone di se stesso, osservò con attenzione la nave: il colore, le linee e soprattutto i missili montati sotto le ali.
- Non è possibile, è una LX! L’avrete pagata una fortuna? -
Il padre si arruffò i capelli come quando era bambino, non senza difficoltà visto che adesso era più alto di lui.
- Come ho detto, per i miei figli solo il meglio o niente e poi, è stato comunque un affare considerato che acquistandola ho avuto un prezzo di favore per il resto. -
- Resto? –
- Forza, capitano, è tempo di salire a bordo. –
Mark premette l’interruttore: la barra centrale ruotò sganciando i blocchi di sicurezza, il portello si aprì a destra e sinistra permettendo al ragazzo di entrare per la prima volta nella sua nuova nave.
Mark McBride e si trattenne da dare un’occhiata a quello che sarebbe divenuta la sua camera, la sua casa, per dare la precedenza alla consolle di comando.  Il ragazzo eccitato come un ragazzino la notte di Natale, fissò lo schienale della poltrona del capitano, quindi si avvicinò ed automaticamente lo schienale ruotò di 180 gradi, invitandolo a sedersi sui morbidi cuscini della poltrona.
Una volta seduto, Mark fece l’occhiolino al fratellino che era salito a bordo dopo di lui e premette il tasto verde sulla tastiera di sinistra con la scritta standby.  La poltrona ruotò di nuovo portandolo di fronte alla strumentazione di bordo ed alla vetrata della nave che dava sul portello a chiusura stagna che dava all’esterno.
Il padre, a terra, indicava verso il basso, come a volergli mostrare qualcosa.   Mark abbassò gli occhi alla cloche, allo schermo di controllo scudi ed armamenti ed infine al navicomputer, già impostato.
- Che significa… - biascicò, poi riconobbe le coordinate e l’etichetta a cui erano associate: “Casa”.
Alzò gli occhi dal computer e incrociò quelli di suo padre che annuiva e sentì le lacrime scendergli lungo le gote.
Lasciò la consolle di comando, scese dalla nave e raggiunto suo padre lo abbracciò con forza.
- Hai sempre detto che volevi vedere Terra… - disse Lara McBride sorridendo.
- …e un comandante, anche se esploratore, senza un hangar proprio dove atterrare di tanto in tanto, non è un comandante. –

* * *

Con un tonfo che echeggiò per l’hangar qualche secondo l’ultima cassa del carico venne sistemata sulla piattaforma ai piedi della Constellation.  Anthony McBride si appoggiò ansimando ad uno dei pistoni che attivandosi avrebbero sollevato la piattaforma nella pancia della sua amata Bellatrix.
- Pronti lì sotto? – chiese Lara affacciandosi.
Il marino fece cenno con la mano, continuando a riprendere fiato.
- Era l’ultimo, vero padre? -
- Sì… l’ultimo… ora li carichiamo, assicuriamo e poi abbiamo finito anche per questa volta, fammi solo riprendere fiato. – disse dando un paio di colpi di tosse ed asciugandosi il sudore che gli imperlava fronte e collo.
- Sei proprio una testa dura, padre! – Jason fissava suo padre serio, un ometto in miniatura, che però non ha problemi a dire la sua.
Mark fissò il fratellino con sguardo duro.
- Non parlare così a tuo padre. – lo redarguì serio, ma Jason per tutta risposta lo evitò, si arrampicò sulle casse ordinatamente disposte sulla piattaforma e fissò dall’alto verso il basso suo padre, imperterrito.
- Io non ti capisco, padre, ti spacchi la schiena, sudi, non ce la fai quasi più, eppure continui a fare tutto… tutto con le tue sole mani! –
Anthony sorrise al figlioletto, si passò la mano sul fiso e si grattò la lunga barba scura, quindi si sedette su una cassa poco distante dal bambino.
- E cosa proponi? -
Jason si illuminò in viso e si lasciò cadere a sedere accanto al padre, tutto eccitato, sotto gli occhi ancora tutt’altro che morbidi del fratello maggiore.
- Perché non compri… mmm… i lacchi di ferro, quelli per le braccia! Il padre di Margery ce li ha i lacci nelle braccia e solleva casse come queste da solo! E poi non si affatica mai! -
- Si chiamano innesti… - puntualizzò Mark alzando gli occhi verso la madre che dall’alto ascoltava in silenzio.
Anthony fece cenno al bambino di avvicinarsi, quindi lo afferrò per le spalle:
- Ascoltami, Jason, ti piace la nave su cui voliamo? -
- Bellatrix? – chiese il bambino colto di sorpresa dalla domanda.
- Sì, ti piace Bellatrix? –
- Certo che mi piace, padre! –
- E sai come io e tua madre l’abbiamo avuta? –
- L’avete comprata due anni fa. -
- Esatto. L’abbiamo comprata dopo aver messo da parte ogni credito necessario, rinunciando talvolta anche a mangiare, lavorando tutti i giorni, con queste braccia e con queste gambe e con questi occhi.  Vedi, io voglio essere stanco dopo una giornata di lavoro perché significa che ho dato il massimo, che ho davvero lavorato bene, che ho fatto quello che andava fatto.  Mio padre e suo padre prima di lui e tutti i nonni della nostra famiglia fin dalla colonizzazione di Marte, hanno sempre lavorato puntando sulle loro forze, arrivando la sera stanchi morti, magari, con la schiena rotta, forse, ma con il sorriso del lavoratore che ha fatto il proprio dovere e se ora io mi piantassi innesti nelle braccia per sollevare con facilità questi container, poi non dovrei forse innestare circuiti per avere i riflessi più pronti alla guida? E perché no, anche potenziare gambe, cuore, polmoni?  E cosa resterebbe di tuo padre poi?  Io invece ho messo i crediti da parte e ti ho regalato un futuro che porta il nome di una delle stelle più lucenti di sempre ed un giorno, quando ci ritireremo, questo futuro sarà il tuo presente e spero che per allora capirai che a differenza del padre della tua amica, io non ho “barato” alterando me stesso con la tecnologia, ma ho scommesso un altro giorno su me stesso e ho raggiunto quello che vedi solo con le mie forze… e quelle di tua madre, di tuo fratello e le tue… insomma con la forza della nostra famiglia. –
Jason non sembrava convinto, ma il sorriso di suo padre era contagioso.
- E va bene, ho capito. – disse senza troppa convinzione.
- Se hai capito da tu l’ordine, vice capitano. – disse Anthony indicando la madre.
- Portelli sopra! – gridò contento il bambino e un attimo dopo la scomparsa della madre nel ventre della nave, con uno sbuffo d’aria compressa, la piattaforma venne sollevata fin dentro alla stiva della nave.

* * *

Lara si lasciò il portello degli alloggi dell’equipaggio alle spalle e lanciata un’ultima occhiata al figlioletto addormentato sul letto basso dei due di sinistra, si voltò e raggiunse marito e figlio maggiore seduti intorno al tavolo.
Anthony McBride lascò uno sbuffo di fumo azzurrino nell’aria e lo osservò volteggiare pigramente verso il soffitto, prima di venire risucchiato dalle prese d’aria disposte ai lati della carlinga.
- Dove andrai, figlio mio? – chiese Lara fissando l’Aurora che avevano comprato qualche settimana prima.
- Non lo so di preciso, mi sembra ridicolo dirlo: ma l’universo è grande, e per la prima volta non so come muovermi. –
- E’ più facile quando suggerisci soluzioni, ma alla fine le decisioni le prende qualcun altro.  Beh, da oggi sei il capitano e decidi tu le coordinate sul navicomputer. – disse grave il padre.
- Vero, è più facile, forse, ma sono certo che non appena partito mi verrà in mente qualcosa. –
- Ci siamo quindi, questo è un arrivederci. – disse Mark con la voce strozzata.
- Sì figlio mio, un arrivederci, non dimenticarlo. – e Lara abbracciò il figlio che il giorno dopo avrebbe preso la via delle stelle.
 
2
Sentiero di Stelle


Silenzio.  Immaginava che il silenzio lo avrebbe circondato, fino a farlo impazzire, la prima volta che lasciò il pianeta e aveva preso lo spazio, ma non vi era silenzio nel vuoto, non nella sua nave comunque.  Il continuo cigolare della struttura, gli sbuffi degli stabilizzatori laterali, quando attivati certo, le spie sonore del computer di bordo e una infinità di altri comuni piccoli suoni che non aveva mai neppure preso in considerazione, quando era a bordo della Freelancer del suo datore di lavoro ora erano i suoi compagni di viaggio.
Mark aprì gli occhi e sbadigliò stiracchiandosi soddisfatto, sentendo scricchiolare la schiena e le scapole, quindi sorrise: aveva visto la foto scolorita che aveva incollato sul soffitto del suo alloggiamento, proprio all’altezza del viso, in modo che la potesse vedere appena apriva gli occhi e prima di chiuderli andando a dormire: suo fratello Jason in piedi sul cofano della Buggie comprata da suo padre per il suo sesto compleanno… Si accarezzò la guancia: la barba incolta era divenuta pungente.  Fece una smorfia di disapprovazione: non aveva mai approvato la barba lunga che invece adorava suo padre e, evidentemente, gradiva anche sua madre.  Spostò gli occhi dalla foto del fratellino a quella subito dopo: la Constellation dei suoi genitori e a terra, padre e madre che lo salutavano con la mano.   Si soffermò sui bordi lacerati dalla condensa.  Quanto tempo era passato?
Mise a fuoco la foto concentrandosi.
- Dodici anni… - disse a bassa voce.  Una cosa che aveva scoperto era che il suono era come amplificato nella sua nave.
- Va bene Jenevieve, mettiamoci a lavoro. – puntò i piedi sul soffitto e spinse, una, due, tre volte, quindi li riabbassò, sbadigliò ancora.  Si tolse la maglietta e ne prese una pulita dallo scomparto sotto alla sua branda, la indossò.   Era l’ultima, dopo le rilevazioni di quella mattina doveva atterrare, se non altro, almeno per una cambiata, una cena dignitosa e magari anche per una dormita degna di questo nome.
Lasciò la sua “camera”, un’occhiata ai manometri e come ogni volta in cui si svegliava, si appoggiò al portellone circolare che dava all’esterno per fissare le stelle che lo circondavano.   La sua Aurora LX pigramente ruotava intorno al proprio asse, in silenzio, senza spinta, per inerzia, ma per lui erano le stelle a girare, in un lento andare senza fine.  Sapeva bene in che sistema si trovava, ma si esercitava a dedurlo dalla posizione delle stelle conosciute.  Glielo aveva insegnato sua madre.
Così indicò Kilian II e poi Doin IV e sorridendo fece due calcoli prima di scendere dalla parte opposta verso Helios I.   
- E perciò da quella parte si torna a Terra, gusto Jenevieve? – un’ultima occhiata all’infinito che lo circondava, e prese posto alla poltrona del pilota, premette il tasto “stand-by” e la poltrona, ruotando sul suo asse, lo portò di fronte alla strumentazione di bordo.
- Motore, generatori, scudi. – e premeva i rispettivi interruttori. – Luci, navigatore, mappe. – Riconobbe il crescente avvio dei motori.
- Vedo che sei in forma, Vìvì, vediamo cosa hai trovato nelle ultime ore. Dunque: Una nebula, ah, grande scoperta… la X345B, residui di raggi gamma e… aspetta un momento… - Si piegò sul computer e avviò il simulatore.  Inserì le coordinate di un punto imprecisato della mappa stellare che presentava però una insolita attività gravitazionale.  Il simulatore confermò.
- Anomala… direi che merita un’occhiata da vicino. – dette un’occhiata al carburante: ne aveva per uno, massimo due salti.
Mark si abbandonò sullo schienale che assorbì la sua spinta, quindi afferrò una bottiglia d’acqua da mezzo litro e dette un paio di sorsate, mentre rifletteva.
- Se salto lì e poi torno indietro, sarei ad almeno una settimana a velocità normale dal sistema più vicino, che è Terra appunto… ma se salto lì e poi punto su Charon III… mi costerà l’attracco, ma ne sarà valsa la pena se non altro… che ne pensi Vìvì? Saltiamo? – valutò le coordinate sulla mappa stellare, pianificando di balzare abbastanza lontano dall’anomalia per evitare di esserne attratto, ma allo stesso tempo abbastanza vicino da poterla studiare con maggior livello di accuratezza. 
- Qui, esattamente qui. – disse inserendo le coordinate.
Il computer accettò i dati immessi ed iniziò l’elaborazione.
- Prima o poi comprerò un Elaboratore Mark IV ed allora cambierà tutto, vedrai Jenevieve, se quell’anomalia è quello che penso, forse aggiorniamo anche il generatore principale, ma quasi quasi nel frattempo…- era tornato dall’esplorazione della zona orientale oltre il settore di Kiel da alcuni giorni e preso dall’analisi dei dati raccolti e dalla conseguente stanchezza, aveva dimenticato di registrare.  Considerato i tempi di calcolo del navicomputer per il salto, aveva qualche minuto utile proprio per il suo consueto messaggio, così attivò la telecamera di bordo e la indirizzò sul suo viso. Si chiarì la voce, ricordandosi di alzare il tono per evitare che dall’altra parte avvertissero solo bisbigli, e attese che la spia passasse sul verde.
- Buon giorno fratellino! Inizio come mi hai detto tu qualche settimana fa, visto che non voglio che tu passi il tempo a parlare male di me.  Qui capitano Mark, dall’Aurora LX “Jenevieve” in esplorazione nel settore sconosciuto meridionale di Terra.  I sistemi ambientali mi dicono che sono le ore sei del mattino a Davien, così gli credo e già ti immagino ancora nel pieno sonno… Qui il tempo è splendido: come sempre silenzio e pace.   Scusami se non ti ho mandato comm-link di recente, ma nelle ultime settimane sono stato preso dall’analisi delle zone contese di Kiel, molto molto vicino ai confini Xi’An e, a proposito di questo, sto completando questo lavoro per un tizio che mi pagherà molto bene, ma non in denaro, ma con un visto, Jason, un visto per Virtus! E tu sai cosa significa questo? Significa che potrò vedere un mondo alieno, un mondo Xi’An! Comunque, penso che per chiudere il lavoro di analisi dei dati raccolti avrò bisogno di… -  la spia verde indicava che l’Aurora LX era pronta per il salto.
- Piccola pausa, sto per saltare verso il sistema di Charon, credo di aver trovato qualcosa di interessante. Riprendo il messaggio a salto eseguito.  Non scappare eh? – e premette lo stop al messaggio.   
- Inizio sequenza: tre, due, uno. – e schiacciato il tasto verde, l’Aurora, aperto uno squarcio nel manto scuro l’universo, scomparve nel wormhole.

* * *

Uscire dal passaggio aperto per il salto era qualcosa che ancora lo lasciava stordito, non come le prime volte, certo, ma ciò nonostante, nonostante gli anni passati nello spazio alla ricerca di qualcosa che valesse la pena scoprire, nonostante le centinaia di salti che aveva compiuto, rimaneva comunque stordito.  Si sentì l’acqua che aveva mandato giù pochi minuti prima in vena di tornare nella bottiglia.   Ebbe un conato, lo trattenne, quindi riprese a respirare normalmente.   
Allungò la mano e riavviò la registrazione.
- Molto bene… mmmm… una cosa da non fare mai, Jason, mai bere prima di un salto, almeno a me fa un effetto che preferisco non descrivere e che spero di non documentare.  Comunque, il salto è stato un successo e sono esattamente dove volevo essere.  Attivo i sensori a corto raggio adesso qui, qui, e qui e vediamo cosa registrano.  Ho saltato a queste coordinate perché da un’analisi preliminare parrebbe esserci un’anomalia gravitazionale di qualche tipo e questo può essere dovuto a…? Hai studiato Jason? Aspetta vediamo… accidenti, Jason… non è possibile che nessuno lo abbia notato, un attimo, aspetta. – Si voltò tornò nella stiva, aprì un piccolo portello ai lati del letto e ne estrasse una vecchia mappa stellare, la mappa che gli aveva regalato Capitan Darren,  quando lo aveva lasciato la sua Freelancer un decennio prima.
Mark, eccitato come un ragazzino, aprì la mappa sul letto fissando il sistema di Terra e i sistemi adiacenti e, più in basso il sistema di Charon. 
- Eccola, eccola!!  - disse puntando l’indice sulla mappa proprio al centro della nebula che aveva registrato il giorno prima. - X345B! – tornò alla consolle di comando e studiò i dati che i sensori continuavano a registrare. 
- Fratellino, non hai idea di cosa ho scoperto!  Ne sono praticamente convinto! Ora ti spiego!  Bene: la nebula presente su tutte le carte, la X345B, in realtà non è una nebula! I sensori si sbagliano.   Avevo calibrato i sensori per rilevare alterazioni gravitazionali nel settore di Kiel, come ti dicevo, per la commissione che avevo ricevuto, ma preso dalla stanchezza non li ho ricalibrati e li ho lasciati sul lungo raggio.  Questo mi ha permesso di bucare la nebula che notoriamente non ha nulla di nuovo da mostrare salvo che non abbia qualcosa al proprio interno e questo “qualcosa” io per puro caso l’ho centrato coi sensori a lungo raggio l’altra sera!  Ora ho ricalibrato correttamente il tutto e ho individuato un campo di asteroidi all’inizio della nebula, ma vedi, la cosa che ho anche riscontrato è che parte di quegli asteroidi si muovono in una direzione! Ti rendi conto cosa significa questo? Che sono attratti da qualcosa! Jason, non vorrei sbagliarmi, ma secondo me dentro la nebula potrebbe esserci un corpo celeste! E’ una grande scoperta, fratellino, e se così sarà, ti giuro che gli darò il tuo nome. –
Un’allerta dal radar attirò l’attenzione dell’esploratore che indicò la telecamera, come per dire all’interlocutore dall’altra parte di non andarsene, come se davvero vi fosse qualcuno in ascolto in tempo reale.  Quel messaggio avrebbe impiegato settimane a raggiungere casa sua.
Mark attivò lo scanner del suo radar di bordo e rimase stupito quando il radar restituì un puntino lampeggiante, poi un secondo, ed un terzo.
- Dagli asteroidi? – indirizzò i sensori a medio raggio nella direzione dei contatti individuati dal computer e avviò l’identificazione.
Mano a mano che leggeva si sentì ghiacciare la schiena e il sudore freddo gli imperlò dapprima la fronte, poi gli colò lungo il collo.
- Classe: Cutlass, identificativo UEE, sconosciuto.  Classe: Caterpillar, identificativo UEE, sconosciuto. Classe Cutlass, identificativo UEE, sconosciuto. -
Mark McBride sbattè diverse volte le palpebre mentre il cuore gli esplodeva nel petto.  Due cutlass ed una Caterpillar, senza insegne.  Non potevano che essere pirati.  Non potevano che essere ostili.
Si umettò le labbra e armeggiò col computer: non poteva seminarli, lo sapeva bene.
- Fratello, ho un contatto multiplo a medio raggio: due Cutlass ed un Caterpillar senza identificativi, penso siano pirati, probabilmente avranno la loro base tra gli asteroidi di cui ti parlavo.   Stimo un contatto tra pochi minuti, proverò a... cercherò di saltare prima del loro arrivo verso Charon III. – a memoria inserì le coordinate, ma i dati non venivano accettati: mentre effettuava le prime rilevazione, probabilmente l’Aurora si era spostata dalle coordinate di arrivo dal salto compiuto in precedenza.
- Maledizione, andiamo. – inserì altre coordinate, cercando di bilanciare lo spostamento per inerzia compiuto dallo scavo, ma il computer rifiutò i dati immessi. 
- Mi occorre più tempo… più tempo… - poi una comunicazione in ingresso, bypassando il sistema di criptaggio di bordo, entrò in chiaro sullo schermo di sinistra e Mark lo vide, vide il suo avversario.  Un uomo di mezz’età, con vistose cicatrici sulla guancia sinistra fino all’occhio che evidentemente era andato perduto e sostituito da un impianto cibernetico.   Capelli bianchi raccolti in una coda ed una bandana rossa al collo.  Un tatuaggio sul collo raffigurava una rosa dei venti con al centro un teschio senza mandibola.
- Ti do il benvenuto nel mio sistema, a nome mio e della mia ciurma.  Mi chiamo John e tutti mi chiamano il Bello e ti comunico ufficialmente che la tua nave, il tuo carico e ogni altra cianfrusaglia porti su quella carretta dei cieli ora è mia.  Lasciati abbordare e non ti sarà fatto alcun male, ma sarai venduto come schiavo su Helios.  Lo so, più che bello sono generoso, è la mia debolezza. Saremo da te in… 2 minuti.  Non vedo l’ora di conoscerti. – e chiuse la comunicazione.
Mark si asciugò il sudore dalla fronte e fissò la telecamera che non aveva smesso di registrare.
- Jason, il computer non è pronto a saltare, ma se non salto questo John mi raggiungerà e allora sarò morto comunque.   Non sapevo della presenza di pirati in questa zona, dovrai avvertire tu le autorità. Immagino che il loro branco sia qualifichi con una rosa dei venti con un teschio al centro, il capo ne ha una tatuata sul collo… senza mascella il teschio, mi raccomando i dettagli, Jason… sessanta secondi all’intercettazione.  Devo saltare o quelle cutlass mi raggiungeranno impedendomi il movimento coi raggi traenti.  Ti voglio bene ed anche alla mamma e papà e dì loro che qualunque cosa accada, è stata una mia scelta. -
Tirò la cloche e aumentò al massimo i propulsori puntando verso lo spazio profondo proprio quando una delle due cutlass attivò il raggio traente.  L’Aurora venne rallentata, ma fortunatamente era già in accelerazione e sfuggì al raggio riacquistando velocità anche grazie alla spinta dei post-bruciatori.
L’altra cutlass però non commise lo stesso errore ed aprì il fuoco.   Mark gridò quando sentì i colpi del mitragliatore dell’aggressore colpirgli lo scafo, chiuse gli occhi e avviò il motore per il salto.

* * *

Aprì gli occhi   lentamente, si guardò intorno ancora scombussolato.  Aveva vomitato, fortunatamente a terra e non sugli strumenti.
- Dove… dove siamo, Vìvì…? - sibilò ancora senza forze.   Il salto era andato a buon fine, quanto meno non si era schiantato da qualche parte.  Attivò il navicomputer alla ricerca di informazioni utili per capire la sua posizione attuale. 
“Sto cercando…” riportava la mappa stellare.
- Ma com’è possibile se ho fatto un salto solo… -
Sgranò improvvisamente gli occhi e si gettò letteralmente sullo scanner: corto raggio, nulla; medio raggio?, nulla.  Nessun pirata all’orizzonte. Almeno questo.
Avviò il simulatore e mandò i dati dell’ultimo salto a partire dalla sua posizione.  Magari avrebbe avuto qualche indizio sul perché le stelle tutto intorno non gli dicevano niente.   
- Ho saltato nella nebula… - disse a se stesso.   Il computer non aveva registrato però nulla di più.
Mark portò la poltrona in assetto da riposo e lasciò la cabina di pilotaggio per raggiungere il boccaporto di dritta dal quale dette un’occhiata come gli diceva sempre sua madre: un sentiero di stelle si perdeva verso l’infinito.   
- Bellissimo e l’ho scoperto io… il problema è però proprio questo. -
Tornò ai monitor, la mappa continuava a cercare.  Avviò un diagnostico per verificare i danni dopo lo scontro e il suo incubo divenne reale: la sventagliata di colpi liberati dal pirata poco prima del salto aveva danneggiato il generatore principale. 
Mark McBride era consapevole dei rischi, lo era sempre stato e sapeva bene che se si va all’esplorazione non sempre quello che si trova è piacevole. 
Si sedette sulla poltrona e avviò ancora una volta al telecamera.
- Caro fratellino, a questo punto dubito anche mai riceverai questo messaggio.  Ho saltato nella nebula e probabilmente qualsiasi cosa vi sia stato là dentro ha alterato il mio salto mandandomi non so bene dove, ma in un posto stupendo, comunque, perché come diceva sempre il nonno: non ha senso vivere se non lasci un segno ed io, Jason, ho qualcosa per te.  Reclamo la scoperta dell’aggregazione di stelle alle mie attuali coordinate e le battezzo Sentiero di Jason, Mark McBride, Scout licenza n. UEE 126725.  Ti voglio bene. – e salvato il messaggio, lo liberò nello spazio, addormentandosi nella speranza che arrivasse a destinazione.

« Ultima modifica: Aprile 01, 2015, 05:46:26 pm da sceiren »

"Spesso gli incantesimi più semplici nascondono le sorprese più grandi" - Sceiren

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Re:[Star Citizen] Schegge di futuro
« Risposta #1 il: Novembre 30, 2013, 12:07:13 am »
3
Che la caccia abbia inizio


La freccetta attraversò tutta la sala centrando il bersaglio ben in mostra sulla parete bucherellata che dava sulla poco illuminata strada che dallo spazio porto portava al centro della città.   Il barman applaudì rumorosamente abbandonandosi ad una risata, per poi annuire ad un cliente che, con un cenno della mano, ordinava l’ennesimo whisky.
Il bancone era occupato da una decina di clienti abituali mentre nei vari tavoli malandati della sala, si alzano e sedevano soggetti poco raccomandabili.  Entravano nella bettola, si lanciavano un’occhiata, si riconoscevano, prendevano posto, stingevano l’affare, bevevano e si allontanavano soddisfatti.   Quando invece la prassi non era questa e qualcosa andava storto, il più delle volte c’era chi se ne andava sulle proprie gambe e chi invece veniva trascinato via dal pavimento.
Il tiratore si concentrò ed afferrata l’ennesima freccetta, la scagliò fischiando contro il bersaglio, centrando la coda della precedente che andò in mille pezzi, in una pioggia di scintille.
- Che mi venga un colpo! – esclamò il barman spalancando la bocca e lasciando cadere lo stuzzicadenti che teneva tra i denti.
- Oggi è la mia giornata, pare, dai dai, versa versa! – e picchiettò l’indice sul bancone.  Il barman scuotendo la testa versò la terza birra di fila, quindi, proprio mentre il fortunato cliente la stava per afferrare il manico della brocca, smise di sorridere e gli strinse con il polso con forza.
- No, dico, non è che mi stai fregando per caso? –
Il giovane incredulo per la mancanza di fiducia nei suoi confronti si indicò a sua volta come a domandargli se parlava con proprio con lui.
- Fregarti? Io? Ma per chi mi hai preso?! -
- Togliti gli occhiali allora. – l’uomo seduto sullo sgabello poco distante si voltò lentamente appoggiandosi col gomito al bancone ed indicando gli occhiali da vista del giovane.
- Come? – balbettò il ragazzo.
- Togliti gli occhiali e dammeli, avanti. –
Il barista strappò gli occhiali dalla faccia del ragazzo, li guardò, ma non trovandoci nulla di strano sbuffando li passò all’uomo poco distante, a sua volta con un paio di occhiali, ma a specchio.
- Ehi Jessy, hai bisogno di assistenza con quell’energumeno? – e giù di risate.  L’uomo si tolse gli occhiali da sole, li poggiò sul bancone e fissò con i suoi occhi cibernetici dalle lenti bianche come il latte l’ubriacone che lo aveva schermito.  Lo mise a fuoco, quindi zoommò sui piedi della sedia dello spiritoso.  Sorrise, quindi ci scagliò contro il bicchiere di birra che stava sorseggiando con una precisione millimetrica.  Il bicchiere mandò in pezzi il piede della sedia facendo fare un ruzzolone a terra tra le sghignazzate generali.
- Tornando a noi… - si passò gli occhiali tra le dita, mettendoli a fuoco con l’impianto cibernetico impiantato al posto degli occhi.  Sorrise di nuovo.
Il ragazzo trattenne il fiato, quindi Jessy gli passò il paio di occhiali.
- Nulla, Boss, è pulito. Semplicemente dannatamente fortunato. -
Il barista allargò le braccia in segno rassegnato: - Mi arrendo, va bene, mai che ci rimedio qualcosa pure io in questo posto… ecco la tua birra fortunato bastardo, ma è l’ultima per oggi, per domani e per i giorni a venire. Mi sono spiegato? –
Il ragazzo annuì e con mano tremante prese la brocca e iniziò a bere.   Jessy si alzò, inforcò nuovamente gli occhiali a specchio e passò la carta di pagamento sulla piastra al centro del bancone, ma quando raggiunse il ragazzo sussurrò in modo che solo lui potesse sentirlo.
- Ora sei in debito. -

* * *

I vicoli bui della città non andavano presi alla leggera, ma Jessy ormai conosceva ogni ombra di ogni casa ed ogni minaccia che dentro quell’ombra poteva annidarsi.   Viveva da oltre sette anni su Helios I, tanto da sapere bene che non vi era posto peggiore e questo lo teneva sempre teso e pronto, reattivo, sveglio… sempre concentrato e se l’istinto di sopravvivenza ormai per lui era la sua regola di vita, il suo lavoro era la ragione per cui viveva.  Avvertì dei passi a venti metri dalla sua posizione, passi rapidi e felpati, almeno che provavano ad essere tali. Si portò una mano dietro all’orecchio e premette un interruttore sottopelle, amplificando le sue percezioni sensoriali.  Quindi si slacciò l’impermeabile e disattivò la sicura alla sua arma e continuò a camminare.  Le lenti cibernetiche misero a fuoco le figure distanti nelle ombre grazie alla visione ad infrarossi.  Tre uomini, armati.  Non lo avrebbero colpito a distanza perché quello che cercavano era vendetta… peccato che era uno specialista ormai, nella ricerca di vendetta.   
Raggiunto il vicolo dietro al quale si celava la minaccia, fece un passo ancora, dando così l’impressione di essere caduto in trappola e dare le spalle agli assalitori, ma quando l’energumeno che aveva ridicolizzato poco prima gli balzò addosso come un cane rabbioso brandendo una lama colo cobalto, Jessy scattò con tutta la rapidità conferitagli dall’impianto cibernetico delle gambe ed evitato l’affondo afferrò per il braccio il malcapitato, compì una torsione fino a quando non avvertì la rotula uscire dalla spalla.  Quindi centrò lo centrò al ventre con una ginocchiata e prendendolo per i capelli lo scaraventò contro un muro.   Un pugno lo raggiunse in pieno viso, lacerandogli la gota destra e facendo volare gli occhiali a terra.  Jessy si portò le mani al viso per proteggersi da una gragnola di colpi del primo dei due scagnozzi dell’uomo che si contorceva a terra in preda a spasmi di dolore, ma perse l’equilibrio quando venne raggiunto alla schiena da un colpo di mazza ben piazzato dal terzo assalitore.
- Te la faccio vedere io adesso! – sollevò la mazza per colpirlo di nuovo, ma Jessy mise mano alla pistola e premette il grilletto.  Un lampo di luce scacciò per un attimo le ombre quando l’impulso laser vaporizzò la fondina alla gamba di Jessy, ustionandogli anche la coscia e centrò in pieno petto l’assalitore che non ebbe neppure il tempo di gridare.   Sgranò gli occhi ed ancora con la mazza stretta tra le mani, sopra la testa cadde all’indietro in un sinistro e raccapricciante gorgogliare delle viscere liquefatte.
Jessy non perse tempo, dopo aver sparato, ruotò su se stesso, ma venne raggiunto da un calcio, da un secondo, da un terzo.  Strinse i denti, non voleva gridare, anche se il dolore era insopportabile.
- Figlio di puttana! L’hai ucciso! Bastardo! – e continuava a colpirlo, fino a quando afferrato il piede con entrambe le mani, Jessy lo strattonò facendolo cadere a sua volta a terra.  Grugnendo lo centrò in pieno viso con una gomitata che gli ruppe il naso lasciandolo tramortito.   
Jessy si alzò e gli mostrò l’arma davanti agli occhi.
Il terrore più nero vide riflesso in quelle pupille lucide.  Era la morte che vedeva.
- No… ti prego…  piagnucolò l’uomo a terra con le mani schiacciate sul quel che rimaneva del naso, in un lago di sangue.
Jessy non tradì alcuna emozione, si premette con la mano libera sotto il costato e sputò sangue a terra, quindi mise a fuoco e l’impianto oculare cigolò minacciosamente.
- Ti… prego… -
- Non ti voglio più vedere… e comunque mi devi un favore. – e piazzando un calcio bene assestato, lo lasciò privo di sensi, prima di riprendere la sua strada: aveva del lavoro da fare.

* * *
Si appoggiò alla parete del turbo ascensore: si sentiva svenire.  Schiacciò il piano desiderato e si abbandonò a terra durante il tragitto.  Riusciva a malapena a camminare.  Jessy aveva stimato che avrebbe raggiunto il piano tra un minuto e mezzo, poco tempo per riprendersi, ma sufficiente per recuperare quel tanto di forze che gli occorrevano per raggiungere la sua postazione.  Era il momento peggiore per perdere i sensi… e soprattutto non vi era posto peggiore per farlo.
Il turbo ascensore rallentò la sua corsa: era quasi arrivato.  Stringendo i denti e grugnendo per il dolore, si puntello con piedi e spinse la schiena contro la parete.  Una fitta lo raggiunse come uno schiaffo, ma fortunatamente invece che crollare con un colpo di reni si drizzò in piedi imperlato di sudore.
Con un sibilo il portello salì verso l’alto mostrando il solito corridoio poco illuminato.  Jessy, sempre con la sinistra premuta sul ventre, zoppicando si avviò e raggiunta la prima porta sulla destra, premette il pollice sulla placca a sinistra e attese che il riconoscitore biometrico confermasse la sua identità:
Jason McBride.  Sesso: Maschio.  Licenza UEE 254585.  Status: Vivente.  E il portello si aprì.
Il chiacchiericcio dei suoi colleghi si interruppe quando lo videro entrare in quello stato.
- Mio dio, Jass, ma che diamine ti è capitato? Forza siediti! – il vecchio Burk era scattato letteralmente dalla sedia e si era precipitato sul nuovo arrivato e con fare paterno lo aveva accompagnato sulla poltrona.
- Presto, chiamate Clara e portategli da bere. –
- Sto bene Burk. –
- Jessy lascia stare e lasciami fare. –
- Burk… davvero… sto bene. – e non senza sforzo, bianco come un cencio, si alzò dalla sedia dell’amico per puntare alla sua postazione.
- Qualche amico di un amico che hai mandato al creatore ti ha ridotto così? Se hai un nome o un indizio ci penso io a lui… - Karen “Feline” Raylard era una delle più letali colleghe che Jessy avesse mai conosciuto. Era la classica cacciatrice indomabile, letale e perseverante… e soprattutto paziente. Era capace di attendere la sua preda senza mangiare o dormire anche per giorni interi…
- Niente del genere Karen, e comunque hanno avuto da me quello che avrebbero ricevuto da te, non temere. – e si sedette al suo terminale.
- Non dubito che gli abbia dato il ben servito, questo no, ma vedi Jass… ti posso garantire che è niente rispetto a quello che avrebbero avuto da me. –
Jason non aveva motivo per dubitare delle minacce tutt’altro che velate della collega.
- Non ne dubito, ma come ho detto ho risolto. –
Karen si voltò con disappunto e tornò alla sua postazione.
- Prendi, manda giù almeno. – il vecchio Burk gli porse un bicchierino colmo fino all’orlo di un liquore azzurro fosforescente.  Era un distillato di una miriade di piante dai nomi impronunciabili.  Lo preparava da quando si era ritirato per i suoi colleghi ancora operativi.
Jessy prese il bicchierino, lo sollevò e mandò giù.  Si sentì congelare: una scarica di freddo improvviso lo attraversò esplodendo nello stomaco e travolgendolo in ogni cellula del suo corpo.  Gli si annebbiò la vista, ma giusto per pochi attimi, poi lentamente tornò alla normalità, con la differenza che il dolore a schiena e costato era molto più sopportabile.
- Fa quello che devi ora, ma quando Clara sarà qui ti farai visitare e non voglio neppure una parola, mi sono spiegato? -
Jessy sorrise ed annuì, quindi si voltò verso il terminale, premette il pollice sulla solita piastra per identificazione biometrica e dopo la classica descrizione, lo schermo si avviò.
Jessy passò in rassegna i menù principali: anagrafica, nave, mappa e poi sotto: richiesta di intervento, taglie in attesa, taglie riscosse, taglie sospese, ricerca taglie.  Mise una mano in tasca e estrasse un disco nero come la pece e lo inserì nell’alloggiamento laterale del terminale.
Una barra comparve al centro e la scritta “aggiornamento” iniziò a lampeggiare.  Quindi si aprì il menù “taglie in attesa” e tre due sei nomi dell’elenco si evidenziarono.  Jessy appoggiò sulla piastra sulla sinistra il suo chip di credito e i crediti associati ad ogni taglia vennero trasferito.
Come ogni volta, completato il lavoro, cliccò sull’ultima voce del menù e dette un’occhiata alle offerte di lavoro.  Nulla che valesse la pena.  Infine iniziò una ricerca, la solita infruttuosa ricerca che eseguiva da quando aveva avuto la licenza di cacciatore di taglie anni orsono.
“Nome: Sconosciuto.  Ultimo avvistamento: X345B.  Identificativo: Pirata.  Segni particolari: Rosa dei venti con al centro un teschio senza mascella.” E premette conferma.
Dopo alcuni attimi di ricerca, la solita risposta del terminale: “Risultati: nessuno”.
- Ciao Jass, vediamo come hai ridotto i miei innesti questa volta. -
Il cacciatore si voltò verso l’esile figura dai capelli lunghi e bianchi e lo fissava e senza dire nulla, sotto lo sguardo inquisitorio del vecchio Burk, si lasciò accompagnare in infermeria.

* * *
Si sentì percorrere la pelle del petto da una piacevole sensazione di freschezza… sorrise, ridestandosi dal torpore e realizzando di non avere la minima idea del perché provasse tale sensazione. Spalancò gli occhi attivando istintivamente la visione ad infrarossi: un soffitto violaceo sopra la testa, coperte leggere di seta, un letto, una stanza sconosciuta. Un mugolio alla sua sinistra attirò la sua attenzione: sotto le coperte una figura avvolta in sfumature dal rosso al giallo giaceva accanto a lui.  Disattivò gli infrarossi e attese qualche attimo che la vista si adattasse alla modalità normale e riconobbe una cascata di capelli bianchi che si allungavano dal cuscino fin sotto le coperte.
Jass espirò silenziosamente obbligandosi a calmarsi. Era sempre attento, sempre pronto alla minaccia, sempre diffidente, sempre guardingo.  Non si fidava di nessuno, mai, era sospettoso di natura, non cambiava mai… e per fortuna anche Clara non cambiava mai, ignorando questi lati non proprio semplici del suo carattere e continuando a sfruttare ogni momento che aveva a disposizione per stare con lui.
Con la destra scostò lentamente il lenzuolo e con la sinistra le accarezzò dolcemente i lunghi capelli candidi come la neve.  La ragazza gemette e senza svegliarsi sprofondò più a fondo nel letto, fino a quasi scomparire.
Ritornato al suo posto, Jessy si voltò verso la sedia dove vide i suoi vestiti accuratamente piegati e allungò il braccio verso la polsiera, ma una fitta gli strappò un gemito di dolore.  Strinse i denti con forza mentre la fronte gli si imperlava di sudore.  Anche con le amorevoli e competenti cure di Clara, le sue ferite erano ancora troppo fresche per essere del tutto ignorate.  Trattenne il fiato, ricacciò il crescente dolore e afferrò la polsiera adagiandola sopra la pancia, quindi si asciugò la fronte e riprese a respirare.
Un’ultima occhiata alla ragazza al suo fianco per assicurarsi che stesse ancora dormendo, quindi attivò il mobiglass che subito proiettò uno schermo olografico in verticale sopra il display della polsiera.  Premendo nel vuoto inserì le sue credenziali, quindi la solita ricerca.
Nulla.
Era un’ossessione che lo stava consumando. Aggiornava la ricerca ogni volta che ne aveva modo, in ogni momento di libertà, in ogni momento di tranquillità, sempre; ma il risultato non cambiava mai: era come se quel maledetto non fosse mai esistito.
Sfogliò distrattamente le pagine con gli annunci e i lavori disponibili, nulla di interessante ma un attimo prima di chiudere la connessione, si accorse che la spia delle mail lampeggiava.
Jessy, seccato per non essersene accorto prima, indicò il messaggio che automaticamente si allargò andando ad occupare per intero lo spazio olografico disponibile.  Il mittente era sconosciuto, ma del resto spesso e volentieri i suoi informatori preferivano non rivelare la propria identità… anche se non un vero cacciatore di taglie era in grado di risalire ad essa anche da un bit di informazione, figuriamoci da una mail inviata via circuiti ufficiali UEE!
“3155.12, settore Charon.  Chi cerchi è là.  Debito saldato”.
Jason McBride rimase interdetto da quelle poche parole: coordinate, un sistema, un messaggio.  Da sempre aveva fatto in modo che i suoi informatori fossero sempre in debito nei suoi confronti, quindi era complicato risalire alla fonte, ma il messaggio era chiaro, fin troppo chiaro per lui.
Prudenza richiedeva una verifica della fonte per valutare la fondatezza dell’informazione, ma anni di attesa premevano per partire subito e come spesso capita, il raziocinio troppo spesso cede il passo all’impeto del momento.
Come la volta scorsa e quella ancora prima, Jessy si alzò senza far rumore, si vestì mordendo la cinghia per non lasciarsi sfuggire neppure un sussurro strappato dalle fitte al costato, e lasciato un bacio alla donna che nonostante tutto continuava ad amarlo, si diresse al suo Hangar.

* * *
- Normalmente mi sarei sorpresa di ricevere una richiesta tanto diretta, soprattutto da parte di un collega, ma trattandosi di te, se sei arrivato a tanto, vuol dire che ci sei riuscito, dico bene? – Karen Rayland disattivò il Mobiglass dalla propria polsiera quindi sorrise minacciosa. – Ho ragione, è così? –
Jessy si accese una sigaretta, aspirò e soffiò il fumo verso l’alto, evitando lo sguardo indagatore di “Feline”.
- Me lo dice l’istinto, Karen, ma potrebbe non essere niente. –
La cacciatrice di taglie si avvicinò al malandato collega ed afferrata la sigaretta con le lunghe dita affusolate, ciascuna culminante con una curata unghia affilate, gliela tolse dalle labbra e tirò a sua volta.
- Istinto, dici? –
- Una soffiata di un informatore. –
- E scommetto che questo informatore non ha alcun nome… -
- Hai ragione di nuovo. Posso riaverla? –
Karen sorrise, dette un’altra tirata quindi passò quel che restava della sigaretta a Jessy.
- Non credi sia un po’ poco o, peggio, non pensi potrebbe essere una trappola. Infondo lo sanno pure i vanduul che sei in cerca di quel figlio di puttana. –
Jessy annuì distrattamente e data l’ultima tirata lasciò cadere la cicca a terra.
- Dici sempre che ti annoi con missioni standard… questa di standard non ha proprio niente. – rispose.
Feline si abbandonò ad una risata argentina, si portò le mani sui fianchi ed annuì a sua volta.
- Vero, vero… vorrà dire che anche la paga non sarà standard. –
Jessy divenne serio, mise a fuoco la cacciatrice di taglie e rispose lentamente.
- Karen, potrai prendere tutto, tutto quanto. Io voglio solo lui. –

* * *

La cintura di asteroidi a cui le coordinate li avevo portati non era troppo vasta, seppure caratterizzata da una moltitudine di dimensioni davvero eterogenee: si passava da piccoli sassi della grandezza di un pungo che andavano in frantumi al contatto con gli scudi della nave a veri e propri satelliti che avrebbero potuto ospitare tranquillamente una base segreta… Jessy ne era convinto e come lui anche Karen.
La cacciatrice di taglie adagiò la sua nave in un cratere di un asteroide di medie dimensioni, quindi spense tutto, tranne il computer di bordo.  Il piano era semplice, così semplice che si stupiva di come avrebbe potuto funzionare.  Una delle cose che ormai dava per assodata era che nulla andava mai come previsto.  Così, attivato il generatore di traccia elettromagnetica, slacciò la cintura di sicurezza, lasciò la cabina di pilotaggio e raggiunta al stiva si preparò al fin troppo probabile inconveniente.  Pistola nella fondina, pugnali praticamente dappertutto e un generatore di impulsi elettromagnetici.  Non restava che aspettare che aspettare.

* * *

Drake si passò una mano lungo la guancia. La barba ispida lo punzecchiò mentre si accarezzava.
- Io non capisco cosa ci trovi: secondo me preferiresti accarezzarti quella faccia rinsecchita a passare la mani sulle guance di una bella e profumata signorina di mia conoscenza! – disse Giordan Pain prendendo posto dopo aver lanciato un’occhiataccia al suo compagno di volo.
- Se è un peccato amare se stesso, allora sono colpevole padre! – rispose il comandante abbandonandosi ad una risata compiaciuta.
- Sei irrecuperabile, proprio un caso perso! –
- Invece di pensare a me, pensa a te piuttosto: mi dicono che a Porto Banu più di “una testa di tartaruga” vorrebbe mostrarti il suo… guscio, non so se mi spiego. –
Giordan si sporse in avanti fino a incrociare lo sguardo del pilota più in basso: - Dico sei diventato pazzo? Io non ci vado con le Banu! –
- Beh, non sai che ti perdi… dicono che siano … -
- Drake aspetta! –
- Aspetta che, ora hai cambiato idea per caso? –
- Ti ho detto di star zitto! – e si afferrò la cuffia schiacciandola su entrambe le orecchie.  Giordan si umettò le labbra, quindi armeggiò sul computer di bordo tarando i sensori.
- Trovato qualcosa? – chiese Drake tornato serio.
- Credo proprio… di sì! Uhh… un bel bocconcino! –
- Fa vedere, trasferisci la scansione! – disse attivando il navicomputer.
Drake si accarezzò per l’ennesima volta concentrato mentre l’onda energetica rilevata dal compagno passava nel computer restituendo il responso che sperava: “Classe Freelancer, codice UEE AZ34332B2”.
- Avvertiamo il capo? Che facciamo? Andiamo a vedere? –
- Fammi controllare… - rispose asciutto Drake che aveva già deciso il da farsi.
- Buggy sta funzionando? Come procede? – insistette Giordan.
- Buggy sta correndo a tutta velocità nella rete informatica dell’Impero, per ora tutto bene… Ahh! Eccola qui la nostra piccola Freelancer! Pare appartenga ad un convoglio diretto a Terra, ma che ci fa qui tutta sola? Vediamo… mmmm, non lo dice ma dice che trasporta viveri per le colonie! –
- Da quanto è ferma? – chiese Giordan fregandosi le mani.
- Dovevano arrivare due giorni fa, penso che saranno già arrivati a questo punto e magari avranno spedito una missione di soccorso. Abbiamo poco tempo.  Pain, non abbiamo tempo di aspettare i ragazzi, questa preda è nostra o di nessuno. –
- No, non abbiamo proprio tempo! Andiamo! –
- Molto bene, profilo furtivo, attiva le armi e pronto al fuoco. –
- Si capitano! –
* * *

Jason si portò le mani alla bocca e alitò per riscaldarsi: aveva tutti i sistemi disattivati, compreso quello vitale.  L’ossigeno nella cabina gli avrebbe permesso di restare praticamente invisibile per circa un’ora e per allora sparava di avere notizie da Karen altrimenti avrebbe dovuto riattivare il generatore di sussistenza diminuendo la sua copertura.
Si guardò intorno: pigri gli asteroidi ruotavano sul loro asse e al contempo descrivevano traiettorie caotiche intorno alla sua nave.  Il silenzio era totale. Era solo con se stesso, solo col fantasma di suo fratello che lo accompagnava.  Era quella la sensazione che doveva provare quando volava per settimane nello spazio profondo alla ricerca di chissà che cosa.  Che assurdità l’esplorazione fina a se stessa, non la capiva, non l’aveva mai capita… era un modo come un altro per farsi ammazzare.  Avrebbe voluto una sigaretta ed istintivamente si portò la mano alla cintura per trovare il calcio della sua pistola laser.  Fumare non era mai una buona idea, Clara glielo ripeteva continuamente e se di solito l’avrebbe semplicemente ignorata, in quella specifica circostanza aveva ragione da vendere.  Sbuffò si sgranchì le ossa e si abbandonò allo schienale imbottito della sua poltrona.  Maledetta attesa, come odiava quella parte del lavoro…

* * *

Lenta e letale la “Bloodymary” si avvicinò alla sua preda.  Drake spense i propulsori un paio di asteroidi prima di quello da cui proveniva il segnale della Freelancer. Voleva una lettura più approfondita e magari un contatto visivo prima di attaccare.  Attivò i sensori a corto raggio indirizzandoli nella direzione della traccia, ma l’analisi non restituì altro che i risultati già ottenuti dalla scansione a medio raggio.
- Pare sia al suolo, forse ha i propulsori in avaria per questo si è persa. -
- Forse l’hanno attaccata i cugini del clan Biancossa, potrebbe essere per questo che il convoglio non si è fermato. –
- Forse, ma dubito che avrebbero lasciato la preda così.  Comunque ora è nostra: sei pronto? –
Pain annuì facendosi scrocchiare le dita.
- Si va! – Drake attivò i motori e indirizzò la sua Cutlass dritta verso il cratere dove il bersaglio lo attendeva.  Evitò il primo asteroide con una manovra, quindi ruotando sul proprio asse indirizzò la sua Cutlass verso la preda, ma non appena entrò nell’ombra del cratere una pioggia di scintille illuminarono a giorno l’area celata.  Un’onda blu avvolse la Cutlass quando gli scudi si attivarono mentre tra le imprecazioni, Drake spostava il muso della sua nave cercando di allontanarsi dalla pioggia di proiettili che improvvisamente la stava bersagliando.
- Fuoco maledizione, fuoco!!! – urlò a Giordan il quale arrivò la torretta superiore e tutte le armi.   Poi uno schianto fece letteralmente sobbalzare i due pirati.  Un secondo schianto e una miriade di spie da verdi divennero rosse sulla strumentazione di bordo.
- Missili a ricerca di calore! Maledizione sono quelli in dotazione ai cacciatori di taglie! Manda un messaggio al capo, fa preso! Giordan maledizione, manda quel dannato messaggio! Giordan! – Drake si slacciò la cintura e lanciò un’occhiata al settore superiore della cabina di pilotaggio quel tanto che bastava per capire che era solo: Pain era immobile in una machera di sangue.
Il pirata dette massima spinta togliendosi dal fuoco della nave che lo aveva giocato, ma uno dei motori era stato danneggiato.
- No, no, no, no…, ecco forse, ma sì ora… - disse mentre calcolava una rotta tra due asteroidi che lo avrebbe portato fuori linea di fuoco, ma proprio un attimo prima di tirare la cloche verso di se, da dietro venne raggiunto da colpi di laser che dettero il colpo di grazia ai propulsori già compromessi. Una spia con un teschio bianco in campo rosso iniziò a lampeggiare.  Drake aveva pochi attimi prima che tutto finisse.  Imprecando si riallacciò la cintura, afferrò la leva di espulsione e si lanciò nello spazio poco prima che la sua nave si schiantasse contro i due corpi che voleva sfruttare come copertura.  Fu allora che vide un caccia nero della serie 300.
- Una trappola…- disse.

* * *

Jessy arrestò i propulsori della sua 350r e fissò il pirata ejettato e cerchiato dalla grafica elettronica del suo HUD.  Poi attivò le comunicazioni criptate:
- Feline, qui Panther, mi copi? -
- Qui Feline, ti copio Panther.  Raccolgo il pacco e lo scartiamo insieme, ci vediamo al punto di raccordo. –
- Ricevuto, Panther chiudo. –
Una luce azzurrina arrivata dal raggio traente del caccia di Karen avvolse il guscio di salvataggio del pirata traportandolo nella pancia del grosso veivolo della cacciatrice di taglie.  Drake, vedendo quelle linee curve e dolci delle ali e ripensando al tipo di attacco che aveva abbattuto la sua Cutlass, non ebbe dubbi.  Altro che Freelancer indifesa, aveva giocato con un’Aegis Avenger probabilmente accuratamente potenziato dal suo proprietario.

* * *

Il campo di forza intorno al guscio di salvataggio impediva qualunque azione al pirata al suo interno. Inoltre quell’area della nave in cui era stato adagiato il guscio era avvolta nella più totale oscurità.
Non appena l’Avenger di Karen raggiunse il punto sicuro, Jessy effettuò la manovra di abbordaggio e agganciò la sua Panther al boccaporto di attracco della nave della collega.  Infine la raggiunse.
- Mi congratulerei per la riuscita del tuo piano, ma visto che siamo neppure a metà, mi terrò i complimenti per dopo. – lo schernì la cacciatrice di taglie offrendogli la sigaretta che stava fumando.
- No infatti. Dov’è il prigioniero, nel vano cargo? O l’hai già interrogato e gettato nello spazio? –
Karen piegò il capo su un lato, quasi a soppesare la proposta, quindi, senza rispondere, attivò il mobiglass della polsiera mostrando quanto aveva scoperto.
- Si chiama Russell Gordon, detto “Drake”, pirata da cinque anni.  Precedenti irrilevanti, taglia ancora più irrilevante. -
Jessy osservò la foto segnaletica quindi indicò il collo del pirata.
- Ingrandisci qui. – disse.  Karen fece come richiesto ma non vide altro che la punta di un tatuaggio.-
- Non si vede nulla da qui, ma di là abbiamo l’originale.- ghinò la cacciatrice di taglie riprendendo la sigaretta dalle labbra del collega.
- Direi di fare la conoscenza di questo “Drake”. –

* * *

La luce bianca riflettendosi sulle bianche pareti della nave accecò il pirata che gridò per il dolore portandosi le mani sugli occhi.  Poi la voce calma di Karen lo congelò.
- Mi chiamo Feline, sei a bordo della Lama Bianca e sei mio prigioniero.  Ora disattiverò il campo di forza, tu uscirai dal tuo guscio di salvataggio, ti siederai sulla poltrona che troverai al centro del cargo e aspetterai che io e il mio socio entriamo a fare la tua conoscenza.  Come saprai la tua taglia non è neppure lontanamente allettante per noi, quindi non avremo problemi a liberarci di te, motivo in più per non stuzzicare la mia fantasia perché a bordo della mia nave, credimi, ci son mille modi per finire i tuoi giorni.  Conterò fino a cinque al che farai come ti è stato detto. Non farmi arrivare a sei, tesoro. -
Drake come tutti i pirati del settore conoscevano il Felino.  Le sue minacce non erano vuote parole e per un attimo, mentre la cacciatrice passava dal due al tre nel suo conteggio, l’idea di attirare la sua ira e far la finita lo aveva sfiorato, ma l’istinto di sopravvivenza era più forte della paura così quando il campo di forza venne disattivato e il guscio di salvataggio toccò terra, rotolando di qualche metro, il pirata non attese oltre e uscito, si gettò sulla sedia come fosse un’ancora di salvataggio.  Non appena seduto, venne immobilizzato da lacci di acciaio che sibilando gli bloccarono polsi, caviglie e collo.  Infine Karen seguita da Jessy scesero la scaletta raggiungendo il vano cargo.
La cacciatrice sorrise avvicinandosi al prigioniero, gli passò l’unghia affilata sul collo sussurrandogli qualcosa che lo atterrì, quindi si allontanò ancheggiando.
- Non ti chiederò chi sei, lo so già come so che non vali praticamente il disturbo e i proiettili usati per abbatterti, quindi il tuo valore è zero come zero le probabilità di uscirne vivo.  Ora che ho messo le cose in chiaro, sono certo che possiamo iniziare a divertirci insieme. – ed estrasse la sua Arclight.
- No, no, no, no, no! – iniziò a piagnucolare il pirata.
- No?! – sussurrò Karen avvicinando la pistola al naso del prigioniero prima di colpirlo con forza, rompendogli il naso.
- Ti dici no a me, sulla mia nave?! – e lo graffiò lasciandogli un lungo squarcio sulla guancia.
- Aspetta Feline. – disse Jessy avvicinandosi.  La cacciatrice lanciò un bacio nell’aria in direzione del prigioniero, quindi sexy e letale si allontanò, appoggiandosi ad una parete.
Jessy si accovacciò vicino a Drake fissandogli i piedi, quindi scosse il capo e si alzò in piedi guardandolo dall’alto verso il basso.
Afferrata infine la camicia, la strappò con un colpo rimanendo come ipnotizzato dal tatuaggio rivelato: una rosa dei venti con al centro un teschio.
- Ora ti dirò cosa succederà: potrai rispondere ad ogni mia domanda adesso, oppure risponderai ad ogni mia domanda tra qualche minuto, ed indicò Karen che sorrise di rimando, a te la scelta. -
Il pirata sputò sangue a terra quindi annuì vivacemente, senza staccare gli occhi dalla donna.
- Primo: come ti sei fatto quel tatuaggio? -
- Me lo ha fatto lady Katrin, la donna del capo, lo giuro! – disse sputando ad ogni parola per l’asia.
- Secondo: dove ti sei fatto quel tatuaggio e quando? –
- Nella tana dei Rosavento, due… no… tre anni fa! –
Jason si avvicinò ancora, quasi sfiorandogli la faccia tumefatta.
- Conosci Johnny il Bello? Sai chi è? -
Drake impallidì.
Karen in un attimo, proprio come un ghepardo, raggiunse le spalle del prigioniero e con un fluido gesto, senza neppure fermarsi, tirò uno dei lacci d’acciaio, stringendo la presa al polso sinistro da far entrare il laccio nella carne.  Drake urlò.
- Sì, sì, lo conosco, lo giuro. -
- Ora, tesoro mio, ci dirai dove si trova, quando trovarlo e ogni altra cosa ti chiederemo o da qui ai prossimi dieci minuti avrai bisogno di una badante per mangiare, camminare e ogni altra tua necessità. Dici che sono stata chiara, piccolino? –
La risposta fu un grido di dolore.

* * *


- E’ un rischio, Jason, un rischio sul serio. -
Karen non lo chiamava mai col suo nome, salvo quando voleva davvero la sua attenzione, la sua massima attenzione.
- Può funzionare? Dimmi solo questo. -
- Può funzionare anche il più assurdo dei piani, Jessy, ma questo non vuol dire che i numeri giochino a favore.  Dico che conviene chiamare il centro e chiedere supporto. Sai quanto odio doverlo ammettere, ma forse questa volta siamo pochi. –
Jason fissava l’imponente Caterpillar ferma tra gli asteroidi e si chiese dove fossero le navi di scorta. Sicuramente non si muoveva da sola una nave come quella.  Secondo le informazioni di Drake, il capo del clan di pirati non lasciava la sua Caterpillar, non si fidava dei suoi, era ossessionato dalla possibilità di essere tradito.  Il suo clan non era tra i più numerosi, anche se una sorta di patto di sangue coi cugini del clan Biancossa gli aveva permesso di accrescere la sua influenza, seppure in una zona diversa di spazio, rispetto agli ultimi anni. La nave del capo era di solito scortata da due Cutlass e seguita da altrettanti navi classe Aurora LN.
- E’ un piano folle Jass, devo insistere. -
Jason inspirò, poi in preda ad una vampata d’ira, colpì il bracciolo della sua poltrona con la forza dei suoi arti cibernetici mandando in mille pezzi la strumentazione.
- Il rischio è mio Karen!, non tuo, non sei mia madre, ma sei o non sei la mia partner? -
Dall’altra parte silenzio, solo qualche scarica elettrostatica, quindi la risposta della cacciatrice di taglie.
- Il rischio è di entrambi e lo sai, ma il divertimento sarà mio. Molto bene allora, però se le cose dovessero mettersi al peggio e non avrò modo di completare la mia parte, sarai solo. -
Jason si rilassò e mettendo a fuoco il Caterpillar rispose di nuovo in pieno controllo: - Fa parte del lavoro, sì, lo so. –

* * *

Jason si assicurò la cintura di sicurezza, si massaggiò le dita della mano destra, quindi si sistemò i guanti da guida.  Tirò su la cerniera della tuta fino al collo e si concentrò sul piano, ripetendo mentalmente manovre e scelta di tempi.  Un errore e sarebbe finita male per lui e per la sua partner.  La schiena era bagnata, non si sentiva così agitato dai tempi dell’accademia… quella stessa accademia di volo dove suo fratello maggiore aveva studiato e che aveva promosso Mark e bocciato Jason.  Mark… Jessy richiamò il messaggio dalla memoria impiantata nel cervello, l’ultimo messaggio che aveva mai ricevuto da lui.
- Buon giorno fratellino! Inizio come mi hai detto tu qualche settimana fa, visto che non voglio che tu passi il tempo a parlare male di me.  Qui capitano Mark, dall’Aurora LX “Jenevieve” in esplorazione nel settore sconosciuto meridionale di Terra.-
Avvertì un fastidio, una sensazione che non provava parecchio a quello che un tempo era il suo occhio destro, poi al sinistro, un fastidioso pizzicore.
Sorrise, mentre con un gesto meccanico, non voluto, si portava l’indice all’occhio, come a raccogliere lacrime che ormai non poteva più piangere.
- Oggi vendicherò il tuo nome, Mark, e poi andrò finalmente nel luogo dove hai trovato la pace. – sibilò ricacciando il nodo che gli stringeva la gola.  Quindi, afferrata una vecchia foto della sua famiglia trovò la calma e mentre la registrazione proseguiva nella sua testa, la calma divenne sicurezza, la sicurezza determinazione e la determinazione infine rabbia e sete di vendetta.
Jessy attivò i motori e lanciata un’ultima occhiata alla foto sorridente del fratello, lanciò la sua 350r dritta contro il suo primo bersaglio, quella cutlass sbucata dal nulla in rotta di avvicinamento della Caterpillar del suo nemico.

* * *

Nonostante la velocità della nave di Jessy, la nave pirata lo attendeva: i sensori della nave madre dovevano essere ben superiori a quanto i due cacciatori di taglie pensassero.  Avvertiti della presenza ostile, i pirati a bordo della Cutlass attendevano la sortita degli aggressori e non appena Jessy aveva preso il volo nella loro direzione, virarono repentinamente portandosi in rotta di intercettazione e aprendo il fuoco.
Jessy virò immediatamente e la sventagliata di colpi di laser impattò sotto la pancia della nave in una nube azzurra.
La Cutlass iniziò l’inseguimento zigzagando tra gli asteroidi e cercando di tenere testa alla velocissima nave del cacciatore di taglie, poi tu il turno di Karen che come un falco piombò dall’alto sulla nave inseguitrice aprendo il fuoco con il suo cannone frontale.  La pioggia di proiettili perforò rapidamente gli scudi e centrò lo scafo dal reattore fino alla torretta superiore.
La nave perse parte della spinta ai propulsori di manovra compì una rotazione sul proprio asse pur mantenendo il moto originario, questo portò l’Avenger di Karen sotto tiro dei laser alari della Cutlass.  Karen imprecò e compì un avvitamento per ridurre la probabilità di essere colpita, ciò nonostante diversi colpi andarono a segno costringendola ad allontanarsi rapidamente per non vedersi azzerata la protezione degli scudi.
Nel frattempo però la 350r di Jessy aveva guadagnato quel tanto di distacco che gli serviva per voltarsi e tornare indietro e trovare il fianco dell’aggressore danneggiato.  Jessy strinse i denti mentre apriva il fuoco colpendo il motore sinistro, poi quello destro, lasciando la cutlass in rotazione senza controllo quando a tutta velocità schizzò sotto di essa puntando alla vera preda.

- Cosa abbiamo qui, due cacciatori di taglie che desiderano crepare! – la voce gracchiante del vecchio pirata era arrivata senza alcun preavviso amplificata dai sistemi di comunicazione violati sia dell’Avenger di Karen che della 350r di Jessy.
- Il mio nome è… -
- Conosco il tuo nome e ti concedo una scelta che non riservi ai tuoi bersagli: arrenditi o muori. – Jessy descrisse un arco intorno alla Caterpillar del pirata che cercava da così tanto tempo, temeva di essere fin troppo facile bersaglio delle torrette della nave.
- Tu conosci il mio nome, ma io non conosco il tuo, cacciatore, questa è maleducazione dalle mie parti. – lo canzonò il pirata.
- Mi chiamo Jason McBride, fratello di Mark McBride. – ringhiò tra i denti mentre programmava i missili.
Silenzio dall’altra parte.
- Non ricordo nessuno con quel nome, non che faccia differenza immagino: la mia taglia e sufficiente per attirare cacciatori di taglie da qui fino al sistema solare. -
Jessy si sentì bruciare le viscere per la rabbia.
- Neppure ti ricordi di lui, beh ti ricorderai presto di me quando ti porterò al patibolo. -
Johnny il Bello rise di gusto.
- Che fine avrebbe fatto la prima possibilità? -
Una pioggia di colpi illuminò di azzurro la visuale.
Jessy imprecò mentre istintivamente invece di guardare il computer iniziò a guardare sopra la sua testa oltre il vetro della cabina di pilotaggio: un’Aurora lo aveva appena superato mentre un secondo caccia lo teneva sotto tiro.  Poi si accese la spia più temuta: era stato agganciato da un missile.

* * *

Karen si mise di coda all’Aurora che puntava il compagno e aprì il fuoco: i proiettili andavano via come nulla e presto sarebbe rimasta a secco.  I missili sarebbero stati efficaci, ma usarli sui caccia le avrebbero precluso la possibilità di scagliarli sulla Caterpillar che iniziava a muoversi verso il centro del campo di asteroidi. Doveva far presto.
Schiacciò la cloche verso il basso superando un grosso asteroide che la stava per schiacciare per poi tornare a piombare sul suo bersaglio.  Un’altra sventagliata, ma nulla di fatto: lei non lo centrava mentre lui pareva avere agganciato la 350r di Jessy.  Il computer di bordo evidenziò la traiettoria della seconda Aurora, una traiettoria trasversale che avrebbe portato il nemico sul suo fianco in pochi secondi.  La cacciatrice ragionò velocemente ed infine realizzò che se voleva salvarsi e tentare di salvare la situazione, Jessy avrebbe dovuto cavarsela da solo.   Schiacciò una sequenza di tasti e portato al minimo la manetta della spinta tirò verso l’alto la cloche.  La sua Avenger puntò verso il basso quindi in volo rovesciato invertì la rotta per guadagnare poco dopo velocità ed evitando così l’Aurora che aveva visto arrivare.

* * *

Jessy evitò un asteroide, un secondo quasi sfiorato, compiendo manovre a dir poco azzardate, ma se guadagnò terreno dal suo inseguitore, non riusciva a togliersi dalla coda il missile a ricerca che invece si avvicinava ogni secondo di più.   
Intanto il computer di bordo continuava a evidenziare la distanza dalla caterpillar, una distanza sempre maggiore.  La nave si stava allontanando.   Jason attivò il monitor di supporto di sinistra e avviò una scansione del missile sempre più vicino: un missile a ricerca di calore.  Doveva aver agganciato i suoi propulsori.  Aumentò al massimo la velocità della sua nave e si portò in rotta di intercettazione della Caterpillar del pirata.
- Vai già via? Sei davvero un codardo come immaginavo! – ruggì Jason.
- Non perdo tempo con le mosche, ma se hai voglia di venirmi a trovare, ho tutto lo spazio del mondo! – e rise ghiacchiando di rimando.
Le torrette della possente nave del pirata puntarono nella direzione di Jason aprendo il fuoco.  Jason con una serie di manovre evasive cercò di evitar ei colpi della nave sempre più vicina così come quelli dell’Aurora alle sua spalle; infine, non appena il computer agganciò il bersaglio, sganciò un missile in direzione della lenta nave pirata, prima di virare piazzandosi di coda, sempre seguito dal missile ormai prossimo alla collisione.
- Non sei gentile! – lo biasimò il pirata che a sua volta ordinò un cambio di rotta ed un aumento di velocità.
Il missile impattò sugli scudi della Caterpillar non producendo danni.  Jason dal canto suo era esattamente dove voleva essere: accelerò ancora nonostante l’allerta di collisione, non cambiò rotta, non fino a quando non fu certo del risultato.  A poche centinaia di metri dai reattori del caterpillar, Jason schizzò verso il basso sfiorando la pancia della grossa nave.  Il missile alle sue spalle, ingannato dal calore dei propulsori della nave invece andrò dritto, impattando contro gli scudi già indeboliti dal precedente impatto, superandoli e esplodendo sulla coda della nave.
- Bastarda feccia! – gridò il pirata.
Jason sorrise, ma il sorriso gli morì sul viso quando si accorse di essere agganciato da due missili lanciati dalla nave appena danneggiata.

* * *

Prese velocità, allontanandosi il più velocemente possibile dal bersaglio e tendendo sempre sott’occhio la distanza dei missili dalla sua nave.  Di sicuro non avrebbe potuto fare la stessa cosa due volte, anche perché i motori della Caterpillar erano stati già danneggiati e la loro emissione ormai era pressoché dimezzata e comunque inadeguata per fuorviare la guida del missile.
Girò intorno ad un asteroide per trovarsi l’Aurora LN di fronte.  L’aveva dimenticata.  L’Aurora aprì il fuoco ma anche Jessy lo fece. I colpi si incrociarono e impattarono sui rispettivi scudi.  Jason diresse gli scudi tutti di prua, anche perché non avrebbero fatto differenza contro due missili.  Puntò l’aurora in rotta di collisione frontale gridando con tutta la sua rabbia.  I laser delle due navi colpivano entrambi il bersaglio, solo che gli scudi di Jason erano semplicemente più potenti dandogli quel vantaggio che gli salvò la vita: l’aurora esplose sotto i colpi di Jason mentre la sua 350r ne attraversò i resti seguita dai due missili.

* * *

Jason realizzò che presto avrebbe esaurito le opzioni: non aveva modo di evitare l’impatto… aveva perso.  Evitò l’ennesima collisione e fissò la grafica in trasparenza sullo schermo che mostrava quanto ormai fossero vicini i due missili e, al contempo, quanto si stava lentamente allontanando la nave del suo nemico.  Suo padre, sua madre e sua fratello sorridevano sereni accanto ad un Jason lontano da quello che era diventato… un ragazzino nel pieno dell’infanzia.  Aveva giurato di vendicare suo fratello, ma in realtà quello che aveva sempre cercato e voluto era vendetta, pura e semplice. Non per suo fratello, né per il dolore che aveva segnato i suoi genitori… no… ciò che desiderava era la soddisfazione del più basso ed egoistico degli istinti: vendetta, per se stesso e nessun altro.  Virò in direzione della Caterpillar sicuro come non mai che la parte finale del suo piano non poteva essere evitata oltre ed aumentò la spinta.  Non avrebbe fatto differenza, lo sapeva, ciò nonostante voleva, doveva provare.  Le torrette della Caterpillar iniziarono a far fuoco, centrandolo un paio di volte.  Scudi al 15%... era davvero finita ormai.  Non appena il computer di bordo confermò l’aggancio del bersaglio, Jason liberò i missili rimasti che impattarono sulla fiancata della nave producendo notevoli danni, ma non mettendo in scacco matto la nave.  Descrisse una rotta di intercettazione e virando di fianco si mise in rotta di collisione: dritto davanti a lui la nave del suo nemico, poi una pioggia di colpi seguiti da altrettante esplosioni tempestò la Caterpillar.
- Ti sono mancata Jass? – Karen aveva svuotato tutta la sua santa barbara contro la nave del pirata che ormai pesantemente danneggiata puntava senza controllo ad uno dei corpi più grossi del campo d’asteroidi.
Uno sbuffo d’aria compressa seguito da una serie di piccole esplosioni, quindi un settore laterale della caterpillar si separò dal corpo principale che continuò il suo moto verso l’asteroide.
- E’ un arrivederci, questo, nulla di più! – minacciò Johnny il bello mentre attivava i propulsori del suo modulo di comando.  Jason non aveva più tempo così ricordò il vecchio Burk e la storia che adorava raccontare più di tutte. Sorrise e rispose:
- Ti sbagli, è un addio. – e tirata la leva di espulsione si ejettò nello spazio mentre la sua 350r si schiantò contro la nave del pirata, seguita dai due missili.  L’impatto tu devastante e l’onda d’urto travolse il guscio di salvataggio del cacciatore di taglie spingendolo alla deriva.

4
Epilogo


- No, davvero fammi capire: tu cosa? TU avresti eseguito una manovra Geronimo? – il vecchio Burk fissava Jessy a bocca aperta con la mano tremante ed il sigaro stretto tra indice e medio.  Karen accanto a lui annuì decisamente prima di dare una tirata alla sigaretta che teneva tra le labbra rosso fuoco.
- Puoi giurarci, disse la cacciatrice, io ero là, puoi credermi. –
- Insomma Jass, fammi capire: tu hai lanciato tutti i missili, hai scaricato gli scudi, hai sparato con tutto quello che avevi e poi… -
- Non capisco di cosa ti stupisca, Burk, ho ricordato la tua storia infondo. Non eri tu che dicevi che il missile più letale di una Retaliator è la Retaliator stessa? Non sei tu che racconti fino alla sfinimento del bombardiere Geronimo e della sua gloriosa fine, quando? Settant’anni fa, quando eri ancora in volo? –
- Non mancarmi di rispetto! Non sono poi così vecchio io, saranno stati… vediamo… cinquantadue anni fa, ecco sì, ma poi che c’entra questo! Lì si trattava di una guerra, capite? Ma cosa vi ridete! Questo pazzo ha distrutto una Origin Jumpworks 350r e dio solo sa quanto ne volevo una io alla sua età! –
- Lo vedi che sei vecchio allora? – lo canzonò Karen battendo il cinque a Jessy.
- Beh offro io comunque, ma non a te Burk… non vorrei ti facesse male. –
- Se non la pianti ti faccio vedere io cosa fa male, ragazzo.  Ehi, ehi ma dove vai? –
Jessy si voltò sorridendo.
- Ho un taxi per Corel. -

* * *

Aveva noleggiato una 315p per l’occasione.  Avrebbe voluto un’Aurora LX, proprio come quella di Mark, ma non ce ne erano disponibili, così aveva optato per una nave a lui congegnale.
Partito da Corel aveva importato le coordinate che teneva nel suo mobiglass da anni e aveva saltato.  Arrivato a destinazione aveva semplicemente spendo i motori, aveva slacciato la cintura e si era portato le mai dietro la nuca, a mo’ di cuscino.  La sua nave fluttuava pigramente nello spazio e davanti ai suoi occhi quello che sulla terra avrebbero definito un’aurora boreale, solo che era nello spazio profondo... il navicomputer riportava la destinazione appena raggiunta: “Sentiero di Jason, scoperto da Mark McBride”.
- Buon riposo, fratellone, disse finalmente Jessy, riposa in pace. -
« Ultima modifica: Aprile 01, 2015, 05:46:50 pm da sceiren »

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Re:[Star Citizen] Schegge di futuro
« Risposta #2 il: Novembre 30, 2013, 08:02:09 pm »
[Updated]

Finito ^^ Spero vi piaccia :)

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Patryn Condor

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Re:[Star Citizen] Schegge di futuro
« Risposta #3 il: Dicembre 02, 2013, 01:53:47 pm »
Complimenti Pietro l'ho appena finito e mi è piaciuto molto :)
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Ships: Non ci stanno tutte :P


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Re:[Star Citizen] Schegge di futuro
« Risposta #4 il: Gennaio 28, 2014, 01:06:35 pm »
confermo e sottoscrivo i complimenti!
finalmente l'ho letto tutto, c'è tutto: trama, azione, sentimenti, famiglia, avventura, lavoro...e non mancan le donne sexy!
ho visto film (o intere saghe) con sceneggiature decisamente meno profonde rofl

e mi pare che tu ti sia studiato bene anche la mappa stellare per contestualizzare al meglio o sbaglio? io ammetto di non aver studiato!  ;D

attendiamo il prossimo ;)

P.S.: anche senza correttore automatico hai bisogno un correttore di bozze...ma è normale!  ;)

"Fletto i thrusters e sono nel 'verse"
"nello spazio nessuno può sentirti urlare...ma si sente l'odore di fritto, sappilo!"