Autore Topic: [Star Citizen] Oltre la notte  (Letto 72 volte)

Sceiren

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[Star Citizen] Oltre la notte
« il: Giugno 07, 2020, 12:42:01 am »
Scritto quasi due anni fa, poi pubblicato, perso col sito, recuperato in modo a dir poco roccambolesco, ecco rinato un racconto ispirato da una sessione di gioco del pilota RDE Ludwig :)
Buona lettura!


Oltre la notte

1
Il braccio iniziò a vibrarle, ma naturalmente sapeva bene chi fosse davvero a infastidirla. Era il momento di alzarsi, nonostante fosse ancora profondamente stanca.  Del resto, il lavoro era estremamente pesante e, comunque, assai più duro adesso rispetto al suo periodo su  Yela. Di certo la gravità meno forte della luna che, per oltre un anno, era stata la loro casa aiutava quando era necessario spostare una cassa o anche semplicemente andare da una struttura all’altra, ma per il resto…
Skye si mise seduta tirandosi le lenzuola fin sul collo: aveva molto freddo. Questo significava una sola cosa: avrebbe dovuto arrampicarsi sul tetto del blocco abitativo per aggiustare, ancora una volta, il sistema vitale. Le polveri scagliate nella blanda atmosfera di Cellin dai soffioni boraciferi che punteggiavano la superficie erano una maledizione per i filtri. Era la quarta volta che il sistema andava in blocco quel mese.
La ragazza inforcò le pantofole e, ignorando la sveglia che, dal mobiglas assicurato al suo polso destro, non aveva ancora smesso di vibrare, si avvicinò al finestrone della sua camera. Le colline del settore in cui suo padre aveva deciso di insediare l’avamposto erano spazzate da un vento più simile ad una bufera che, travolgendo il terreno, sollevava turbini di polveri che offuscavano la vista. Skye ebbe un brivido all’idea di dover riparare il sistema vitale sotto una bufera di quella portata, ma sapeva bene che certe incombenze non potevano essere rimandate.
Sbuffando, bloccò finalmente la sveglia, si spogliò e si fece una doccia sotto uno scroscio di acqua gelida. Normalmente detestava doversi lavare trattenendo tra i denti imprecazioni, tuttavia c’erano anche mattine in cui persino lavarsi sotto uno scroscio d’acqua a temperature proibitive era un’esperienza divertente e quella, fortunatamente, era una di quelle mattine. L’avaria al sistema vitale, infatti, spesso impattava marginalmente con i valori generali delle griglie di gravità dell’avamposto. In buona sostanza, il cervellone che controllava le condizioni generali della struttura interpretava l’avaria del sistema vitale a modo suo, riducendo talvolta persino del 5-10% la gravità artificiale, ritenendo, così, di bilanciare l’avaria. Questo dava il via a tutta una serie di divertenti contingenze che Skye adorava e, prima fra tutti, vi era la doccia: le gocce d’acqua scendevano come rallentatore, quasi fluttuando lungo la loro discesa verso il piatto. Le piaceva, ad esempio, saltellare e godersi l’acqua che per un attimo sembrava staccarsi dalla sua pelle per poi ricadere pigramente verso il basso, tornando a bagnarla.
Erano piccole cose, certo, piccole cose già viste, ma lei le adorava perché erano le sue piccole cose, le stesse cose che le permettevano giorno dopo giorno di continuare a sorridere, nonostante il lavoro che la sua famiglia avesse di fatto scelto per lei proprio non le piaceva.
Asciugata e indossata la tuta, mentre sorseggiava la sua colazione, la ragazza tornò al finestrone, ma invece di guardare davanti a sé, alzò gli occhi al cielo. L’universo era bellissimo. Se fosse stato per lei, invece che passare il tempo a riparare tubature o a coltivare ortaggi per i più fortunati che potevano permetterseli, avrebbe passato le sue giornate a esplorare la galassia, ad ammirarne i suoi lati più segreti e celati all’occhio umano, per poter vivere una vita di avventure che avesse un senso, che non fosse il semplice sopravvivere ad un’altra monotona giornata di lavoro. Ieri come oggi. Oggi come domani. Nessuna aspettativa se non quella di cambiare settore e, di tanto in tanto, luna.
Non aveva mai messo piede su Microtech, ad esempio, ne aveva letto molto e lo immaginava con la fantasia come un pianeta quasi fatato, con una vegetazione rigogliosa e non una brulla landa desolata come Cellin o Yela o, come, aveva letto, Delamar. Era nata su una luna di Crusader e sentiva che su una luna di Crusader sarebbe morta.
Skye scacciò quell’ultima riflessione: del resto il destino ti travolge solo se decidi di non controllarlo e lei, prima o poi, quel destino lo avrebbe piegato al suo volere. Lo sentiva, nel petto, nel profondo del suo cuore.
« Skye! Maledizione, dove sei? Si gela! Possibile che devo essere sempre io a dirti cosa fare? Non sei più una ragazzina! Andiamo! Muoviti! »
La voce roca di suo padre non ammetteva repliche che ulteriori indugi. La ragazza scacciò con rabbia le pantofole dai piedi, scagliandole contro il letto, quindi si mise gli stivali e lasciò la camera: era l’inizio di una nuova normale giornata all’avamposto di cultura idroponica Cellin-637.

2

Le scintille le inondavano il viso, rimbalzando sulla visiera e andando a perdersi con la polvere traportata dal vento. Fortunatamente la bufera li aveva superati in poco più di due ore e questo le aveva dato modo di iniziare le attività di manutenzione accumulando solo poco ritardo rispetto alla tabella di marcia prevista da suo padre. Naturalmente questo non la aveva esonerata dal partecipare ad attività previste per il pomeriggio né tanto meno l’aveva messa al sicuro dalle imprecazioni lanciate nel vuoto dal genitore. Come se poi fosse colpa sua se la bufera si fosse scatenata a inizio giornata…
Mise via il saldatore e si piegò fino a sfiorare la tubatura che stava riparando: l’operazione era riuscita e questo significava solo che ora toccava alla parte veramente seccante del lavoro: la pulizia dei filtri. Non sarebbe bastata una doccia, nonostante la tuta protettiva, per togliersi di dosso la sporcizia che avrebbe tirato via. Aveva sempre la sensazione che quella polvere grigiastra si intrufolasse oltre la tuta fino a raggiungere la sua pelle. Era una sensazione di sporcizia del tutto irrazionale, lo capiva, ma come tale non riusciva a non prenderla in considerazione.
« Skye, ho bisogno di te con la cupola idroponica 4: cliente in arrivo. »
La voce della madre la fece sobbalzare. La ragazza balzò sull’attenti, dritta sul tetto del blocco abitativo e, portatasi una mano sulla fronte, attivò la schermatura infrarossa della visiera e iniziò a spaziare girandosi su sé stessa: clienti significava visitatori e visitatori significava una nave con la quale arrivare!
Nulla all’orizzonte. Questo voleva dire che aveva ancora tempo.
Scese rapidamente al suolo e quasi correndo raggiunse la cupola indicatale da sua madre che, come previsto, la stava aspettando. Suo padre non era in zona, evidentemente occupato con le scartoffie per l’imminente vendita. Bene! Avrebbe lavorato meglio e più in fretta senza i suoi occhi addosso e i suoi continui richiami.
« Eccomi mamma! »
La donna stava armeggiando con una tastiera che faceva i capricci.
« Non riesco a ricordare la corretta sequenza per lo sblocco progressivo – disse portandosi le mani sui fianchi e sbuffando visibilmente contrariata – facciamo che… »
« …io penso allo sblocco e tu all’immagazzinamento? » la donna sorrise. Più Skye cresceva e più la loro intesa aumentava. Così, annuendo, si allontanò, puntando direttamente al blocco 3, quello adibito a magazzino.
Con una maestria degna di un pilota, immaginandosi di inserire le coordinate di un salto che l’avrebbe portata in un sistema lontano, la ragazza attivò la sequenza di crio-conservazione. Grazie a quell’ingegnosa procedura automatizzata, gli ortaggi presenti nella cupola sarebbero stati disseppelliti dal suolo attraverso variazioni mirate di gravità e congelati in cubi pronti per l’inscatolamento. A quello ci avrebbe pensato sua madre. Una volta completata la procedura, avrebbe piazzato le casse sul muletto e sua madre avrebbe provveduto alla consegna. Il tutto mentre suo padre avrebbe contrattato il prezzo di vendita.
E quello era il suo momento, la sua finestra di uscita! Mentre suo padre discuteva sul prezzo col compratore, sua madre riportava il muletto nel magazzino, lei sarebbe stata finalmente sola, sola con la nave del visitatore e così, mentre la madre si avvicinava alla sua posizione, Skye sorrise, immaginandosi quale nave da lì a poco avrebbe sognato di pilotare.

3

Le casse erano pronte, ben prima del tempo, ad essere precisi, era l’acquirente ad essere in ritardo. Poco male, almeno per lei: avrebbe avuto tutto il tempo per godersi la nave. Di tutt’altro sentore era suo padre che, se non fosse stato per le continue imprecazioni per tutto quel tempo perso, le avrebbe fatto quasi tenerezza, con il naso all’insù a fissare il cielo in attesa di quel cliente che non voleva farsi vedere.
Ben consapevole che il più delle volte quando suo padre era contrariato riusciva spesso a trasmettere il proprio malumore anche a lei, trovandole del lavoro che fino a poco prima non esisteva, decise di allontanarsi, dirigendosi al blocco abitativo. Se non l’avesse vista non l’avrebbe pensata… almeno per un po’, ma poco prima di rientrare un rombo improvviso, come un tuono la raggiunse. Proveniva da Est, in direzione della Grande Gola. Skye, emozionata, come ogni volta del resto, salì nuovamente sul tetto della struttura e attivò lo scanner visivo in direzione della gola. Spostò la sua attenzione dal suolo all’orizzonte al cielo ed infine eccola! Infiammata dall’attrito con l’atmosfera di Cellin, una nave si stava avvicinando.
« Prepariamoci! E vediamo di chiudere rapidamente. Abbiamo già gettato al vento fin troppo tempo… » grugnì il capofamiglia ai suoi familiari attraverso il microfono del suo casco.
Skye fissò quella palla incandescente scendere verso la gola, sparire dietro un’altura per poi risbucare alla sua destra e puntare nella loro direzione. Quindi scosse il capo, come frastornata: non era possibile! Doveva essere un’allucinazione oppure quello sarebbe stato il giorno più bello degli ultimi mesi! Tornò a fissare la nave che si avvicinava sempre di più, trasferì la scansione del suo scanner al mobiglas sul polso ed interrogò il database. Aveva visto bene: la nave che a breve avrebbe potuto ammirare non era la solita Aurora CL, no, quella che si stava avvicinando era una nave della MISC classe Freelancer!
Sua madre si riparò gli occhi dal riverbero del sole, quindi si avvicinò al marito e attivando la comunicazione privata in modo che Skye non ricevesse la discussione iniziò:
« Una ‘lancer, potrebbero acquistare tutto il raccolto, sarebbe davvero una boccata d’aria fresca per noi. Questo mese non è andata come pensavi.»
L’uomo annuì e volandosi verso la moglie rispose che non doveva preoccuparsi. Con o senza una vendita extra, avrebbero concluso il mese quantomeno in pareggio. In cuor suo, però, sapeva bene che sua moglie aveva ragione. Se davvero avessero venduto oltre al carico della cupola 4 anche il carico di una delle cupole 6 o 7, avrebbero risolto molti problemi. L’agricoltura non rendeva più come un tempo…
Infine, la nave raggiunse l’avamposto e le riflessioni lasciarono il campo al commerciante esperto che era. La freelancer superò l’insediamento, quindi, lentamente, virò verso la piattaforma di atterraggio e sollevando nuvole di polvere, raggiunse il suolo.
Skye si sentiva il cuore battere nel petto, come se quella nave fosse la sua, come se invece che clienti venuti per fare acquisti, quei due uomini che avevano raggiunto i suoi genitori fossero arrivati per consegnarle la sua nuova freelancer fiammante. Tutta per lei. Skye osservò il portellone della stiva rimasto aperto: un segno inequivocabile. I due nuovi arrivati dovevano essere dei novellini. Quel particolare sicuramente non doveva essere sfuggito neppure ai suoi genitori. Se tieni la stiva aperta significa due cose: che hai fretta e che, quindi, non hai tempo per contrattare troppo sul prezzo e, in questo, suo padre era un vero asso.
Significava in effetti anche dell’altro: il tempo per dare un’occhiata da vicino a quella nave straordinaria sarebbe stato molto meno del previsto. Skye stava per lasciare la sua postazione per avvicinarsi alla piattaforma, quando un altro particolare attirò la sua attenzione. I propulsori erano spenti, chiaramente, tuttavia i razzi di manovra erano ancora accesi. Inusuale: che senso aveva spendere crediti di carburante se la nave era già al suolo? Oltre ad essere novellini erano pure distratti.
Scuotendo il capo, scese dal tetto e, saltellando, iniziò ad avvicinarsi alla nave.

4

Una delle cose che aveva imparato da suo padre era l’essere un passo avanti agli eventi: coltivare ortaggi su una luna era estremamente complicato, nonostante quanto coloro che poi consumavano quegli ortaggi pensassero. Non bastava certo impostare nel computer i parametri di crescita, nutrizione, umidità e mille altre variabili per far crescere tutto come si desiderava… comunque non solo questo. Occorreva letteralmente prevedere la crescita di ogni singola piantina, per poter bilanciare giorno dopo giorno, talvolta ora dopo ora i parametri in macchina. Chiaramente suo padre non parlava molto con lei, più che insegnare, comandava a bacchetta, tuttavia quella lezione l’aveva appresa comunque e così, applicandola alla sua vita, difficilmente si trovava completamente spiazzata di fronte un evento imprevisto. Ad esempio, un giorno si era “per caso” imbattuta nelle credenziali di sua madre per l’accesso alle comunicazioni riservate. Era un canale che utilizzavano i suoi genitori quando dovevano discutere di qualcosa che era meglio che non sentisse se distanti. Skye rispettava sempre quel canale, pur potendovi accedere, perché si fidava dei suoi come di sé stessa ed anche perché ogni volta che lo utilizzava cresceva la probabilità di essere scoperta e a lei quel canale serviva principalmente per un motivo: li ascoltava negoziare.
Questo le dava un vantaggio tattico notevole: lasciando in background le noiose trattative che di volta in volta suo padre approntava con i clienti, aveva sotto controllo i clienti stessi e, quindi, sapeva esattamente quanto tempo aveva a disposizione per godersi le loro navi.
Così, anche quella volta, a una decina di metri dalla nuova arrivata, si fermò attivò il suo mobiglas e avviò la scansione dei canali di comunicazione. Come di consueto, accanto ai due canali in chiaro, comparve nella lista il canale “Riservato” con un lucchetto accanto alla caratteristica icona del wifi.
- Per prima cosa mettiamo muto il microfono. – pensò e disattivò l’audio in uscita. Quindi toccò l’ologramma generato dal suo mobiglas in corrispondenza del lucchetto e digitò la password.
«… sicuramente poco piacevole. Ci sono giornate in cui neppure coi filtri ottici si riesce a vedere qualcosa. Rimpiangiamo le bufere di qui in giornate come quelle.»
« E’ uno dei motivi per cui detesto Hurston, anche se non ci sono mai stato in effetti.»
«Forse meglio Hurston che ArcCorp però.»
« Parole sante! Come si può vivere in quell’inferno?!»
« Ah, la gente è strana, ma è proprio quella gente che mi piaga quindi… a proposito, che ne dite se iniziamo. Abbiamo parecchia strada da fare ed altri due avamposti da visitare. »
« Lo capisco, se volete seguirmi.»
Le voci dei suoi genitori si alternavano a quelle di uno dei due clienti. Evidentemente il comandante.
Skye raggiunse finalmente la nave. I razzi di manovra spingevano verso l’alto la polvere che via via si depositava sulla carlinga a causa dell’incessante brezza in sbuffi che le ricordarono alcune illustrazioni che sua madre le aveva mostrato: “giochi d’acqua di fontane su Microtech”, era il titolo della foto. Microtech. Un paradiso. Un giorno lo avrebbe raggiunto, magari proprio a bordo di una Freelancer.
Come prima cosa, appoggiò la mano sulla lamiera: adorava il contatto con il metallo delle navi. Era differente da ogni altra cosa. In effetti, amava osservare le saldature a freddo di ogni nave, persino della loro sgangherata e vecchia Aurora CL, seppure lì erano più presente le saldature di suo padre volte a riparare artigianalmente crepe e fessure sempre più numerose. Quella nave era loro da prima che lei nascesse… era un dinosauro, ma almeno per il momento, faceva bene il suo lavoro e, comunque, i suoi non avevano crediti sufficienti per cambiare nave, quindi doveva andare bene per forza.
Se però la superficie della sua Aurora era simile ad una ruvida pietra lunare, quella della Freelancer era di tutt’altra natura: levigata, perfetta!

… sicuramente il carico. Tuttavia, se posso consigliare, poteste valutare la possibilità di aggiungere anche alcune unità di carico di pomodori. Sono certo che su Hurston li vendereste molto bene in questo periodo dell’anno…

Skye passò dietro alla nave, ben attenta a con sbattere la testa contro l’ala di sinistra, e si concentrò sui propulsori: erano spenti. Una delle cose che adorava fare era calcolare da quanto tempo si erano spenti in base al residuo di calore al loro interno. Si accorgeva chiaramente subito se i suoi calcoli fossero corretti oppure no visto che sapeva esattamente da quanto tempo la nave era atterrata, così attivò il visore infrarosso del suo casco e ragionò sul residuo di calore che il visore registrava.

… di certo siete i primi di questa settimana, ma no, non ci possiamo lamentare. Gli affari vanno bene, chiaramente, ci auguriamo possano andare anche meglio tra poco!

Era il momento della parte più interessante: armamenti. La ragazza si avvicinò alla torretta laterale destra e con un’espressione di pura sorpresa rimase incantata di fronte quelle due bocche di fuoco: erano semplicemente enormi! Armeggiando con il suo mobiglas interrogò il database: cannoni balistici. Non ne aveva mai visti dal vivo. Sfiorò la bocca di fuoco affascinata quando una mano le si posò sulla spalla facendola sobbalzare.
Skye si voltò di colpo e si trovò faccia a faccia con il terzo componente dell’equipaggio. Non indossava una divisa leggera come gli altri due, ma un’armatura piuttosto pesante, scura, minacciosa. Oltre il cristallo del casco, due occhi penetranti e duri la fissavano.
La ragazza fece un passo indietro e attivò la comunicazione di prossimità attraverso i controlli oculari del casco. L’audio si sovrappose a quello del canale già aperto.
« Scusate, stavo solo guardando… »
« Ora lo hai fatto. » fu la risposta secca dell’uomo che, immobile, continuava a fissarla.
Skye continuò ad indietreggiare. L’uomo era armato. Forse un mercenario pagato per la sicurezza del carico e dell’equipaggio. Era meglio non farlo innervosire.
Annuendo la ragazza si voltò e senza correre, ma con passo sempre più rapido, prese distanza dalla nave, puntando nuovamente al blocco abitativo da cui era venuta. In quel momento si accorse del disturbo nell’audio riservato. Le parole erano confuse, a stento riusciva a coglierne una su tre. Poi un sibilo. Un tonfo. Un altro sibilo. Un altro tonfo.
Si pietrificò. Il sudore le imperlava la fronte e il silenzio sul canale era terribile.
Lentamente piegò il capo per inquadrare la nave alle sue spalle e vide che l’uomo che aveva visto poco prima aveva aperto il boccaporto posteriore che dava su quella che aveva tutta l’aria della stiva della freelancer.
La ragazza ricominciò a camminare quindi incrociò con lo sguardo gli altri due visitatori che uscivano dal blocco commerciale. Erano soli. I suoi non li accompagnavano.
Capì.
Iniziò a correre ansimando, fu allora che le arrivò come uno schiaffo la voce dell’uomo che aveva incontrato poco prima.
« Non puoi andare da nessuna parte, fermati e non ti faremo del male. »
Cercò di disattivare il canale, ma stava piangendo. Le lacrime rendevano impossibile utilizzare i controlli oculari.
« Dove vuoi andare. Fermati! – poi il mercenario aggiunse, evidentemente non a lei – Si sta dirigendo ai locali del personale. Bloccatela!. »
Correva sapendo di essere braccata, sapendo di essere sola, nel nulla. Non poteva sfuggir loro, non a piedi.
Raggiunse il blocco abitativo, si appoggiò con la schiena alle pareti e con una rapida occhiata individuò i due malfattori che si stavano avvicinando. Erano armati.
Col fiato corto e con un nodo in gola attivò il mobiglas e convulsamente attivò il menù dei mezzi. Inserì le credenziali di sua madre e dette conferma. Senza prendersi la briga di disattivare l’ologramma dal braccio, ricominciò a correre, questa volta verso la piccola depressione poco distante dall’avamposto. Suo padre era solito lasciare lì la sua nave quando aveva clienti per permettere ai suoi ospiti di atterrare sulla piattaforma invece che sul terreno brullo. Diceva sempre che la cortesia è mezza contrattazione.
La ragazza raggiunse l’inizio della discesa e saltò giù, mise un piede in fallo e iniziò a rotolare, mentre una pioggia di colpi di laser le passarono di poco sopra la testa.

5

Ruzzolò lungo il crinale in una nuvola di detriti e terriccio. Con le braccia si protesse il viso, temendo che un urto più violento degli altri potesse infrangere il cristallo del casco, provocandole una morte che non augurava a nessuno.
Dopo l’ennesimo capitombolo, con il mondo che le vorticava, Skye finalmente si fermò. Ansimava e le doleva ogni parte del corpo. Dapprima gattonando, poi, rimessasi in piedi, correndo piantando i piedi uno dopo l’altro sempre un attimo prima di cadere nuovamente al suolo, senza equilibrio, raggiunse finalmente la nave dei suoi genitori. Il boccaporto di ingresso laterale era sbloccato così non appena si avvicinò, la serratura scattò e, si aprì, mentre la scaletta scese allungandosi fino a terra. Quei quattro pioli rappresentavano una sfida non indifferente per lei, considerato che vedeva scala, nave e tutto il resto ruotare in un vortice infernale.
Un colpo di laser raggiunse il fianco della nave, inondando la ragazza di scintille. Urlò e quello spavento ebbe l’effetto di riportarla coi piedi per terra, non solo fisicamente. Afferrata la scala, si inerpicò scomposta fin dentro la nave e, colpendo con un calcio l’interruttore, si chiuse all’interno. Non era sufficiente e lo sapeva: doveva andarsene e in fretta se voleva sopravvivere.
I due inseguitori nel frattempo avevano iniziato a scendere a loro volta lungo la ripida discesa, ma a differenza di Skye, non inciamparono, non caddero, ma grazie all’esperienza che evidentemente avevano su quel tipo di terreno, raggiunsero la spianata senza problemi.
Skye si lanciò dentro la postazione del pilota e ripetendo biascicando la sequenza di accensione della nave iniziò ad attivare i vari switch dalla consolle.
« Blocco portelloni: fatto. Generatore: attivato. Propulsori, propulsori?! » non ricordava quali fossero. Del resto quello sarebbe stato il suo primo volo.
Uno dei due inseguitori, nel frattempo, si scagliò contro il boccaporto laterale destro. Era bloccato. Dette due pugni facendo sobbalzare la ragazza, quindi si allontanò ed il secondo prese a sparare contro l’interruttore. Scintille avvolte da piccoli archi elettrici esplosero dal tastierino, ma il boccaporto non si aprì.
« Forza i tubi! Taglia i condotti del sistema idraulico di apertura! Muoviti! » urlò il comandante al suo secondo. Quest’ultimo, messa via la pistola, afferrò un coltello dalla cintura e lo piantò con un grugnito nella guarnizione del portello.
« Propulsori, propulsori, propulsori! » ripeteva schiacciando di tutto, infine la nave ebbe un sussulto. I razzi di manovra sbuffarono e improvvisamente l’Aurora si inclinò di una decina di gradi, grattando su suolo e ruotando sul suo asse.
Il comandante degli assalitori, si chinò un attimo prima di essere centrato da uno degli alettoni, per poi rotolare di fianco evitando di essere schiacciato, ma il suo secondo, che era praticamente attaccato alla nave, venne centrato in pieno. Il coltello con cui stava armeggiando gli schizzò letteralmente tra le mani, mozzandogli alcune dita. Inoltre la nave lo colpì in pieno volto, frantumandogli casco e le ossa del viso e sbalzandolo all’indietro in una pozza di sangue.
Skye urlava terrorizzata, mentre la nave impazzita continuava a girare su se stessa, urtando il suolo, sobbalzando, impennandosi e tornando a terra. Con azioni del tutto irrazionali dettate dalla paura di essere raggiunta dai suoi aguzzini oltre ad essere sbalzata per tutta la cockpit dalla nave imbizzarrita, Skye invece che calmarsi e riprendere i comandi, rotolava letteralmente sulla consolle di comando, urtava contro le cloche, contro la pedaliera, talvolta si ritrovava addirittura contro il cristallo, per poi ricadere all’indietro.
Una raffica di colpi centrò il muso della nave e una serie di sinistri sibili vennero trasmesse all’abitacolo dal vetro messo a dura prova dall’ennesima sollecitazione.
Aveva bisogno di protezione, aveva bisogno di

scudi

andarsene da lì e di farlo in fretta.
Per un puro caso fortuito, l’ennesimo urto la scaraventò sulla poltrona del pilota come doveva essere: il capo appoggiato al poggiatesta e i piedi al loro posto. Skye espirò rumorosamente, quindi afferrò finalmente entrambe le cloche e riprese il controllo. La nave smise di muoversi senza senso e, finalmente stabile, puntò il comandante degli aggressori che, a sua volta, teneva la sua arma puntata contro l’abitacolo.
Questa volta non fu il panico a prendere il controllo della ragazza, ma fredda determinazione. Lo avrebbe schiacciato, avrebbe vendicato i suoi genitori, ma per farlo doveva vivere. Lasciata la cloche dei propulsori, schiacciò due pulsanti che quasi per istinto ricordò che andavano premuti e finalmente con un lampo azzurro la nave venne circondata dai suoi scudi. Gli ultimi colpi dell’arma dell’assassino vennero letteralmente assorbiti dall’aura pulsante che circondava la nave e che, una volta sollecitata, lampeggiò minacciosa.
La ragazza guardò da dietro il suo casco gli occhi gelidi del suo avversario, protetti a loro volta dal proprio, quindi sorrise.
Tirò la cloche di sinistra verso il basso, premette i pedali e la nave si sollevò; quindi, una volta lasciato il suolo, la indirizzò verso il cielo e gridando tutta la sua rabbia, ma soprattutto dando voce alla libertà che aveva finalmente spezzato le catene che la tenevano ancorata al suolo, consapevole che in quel preciso momento la vecchia Skye era morta assieme ai suoi genitori, tirò verso il basso la seconda cloche e l’Aurora CL del pilota Skye schizzò verso le stelle.

6

Era sola, sola con quel rombo che la attraversava da dentro lo stomaco, che le faceva vibrare le ossa, quella vibrazione del motore di quella nave che aveva sempre sognato pilotare e che, salvo qualche rara volta con sua madre, di fatto non aveva mai potuto che sognare.
Ora invece, dimenticando le circostanze per un po’, si sentiva libera, una persona nuova che, finalmente, poteva vivere la sua vita

sola

come aveva sempre voluto. Con la sua nave, le sue stelle, le avventure che da quel momento avrebbe affrontato col sorriso di colei che aveva raggiunto il suo obiettivo e che adesso avrebbe combattuto

sola

per non permettere che le fosse strappato via.
Aprì lentamente gli occhi che, dal decollo, non aveva avuto la forza di aprire e rivide il sorriso di sua madre quando poco più di sei mesi prima le aveva di attivare i sistemi di bordo. Suo padre era letto, costretto sotto le coperte da un’influenza che avrebbe steso un vanduul. Del resto solo così lo si poteva tenere lontano dal lavoro e lei, loro…
L’eroina, la guerriera, il pilota, l’avventuriera, tutte insieme disparvero, vennero spazzate via e la ragazza, la figlia, la fuggitiva tornarono di colpo. Al pensiero dei genitori che non avrebbe mai più rivisto, le si riempirono gli occhi di lacrime e la fredda e cruda realtà tornò a galla, dopo essere stata sommersa per qualche minuto da un misto di sogni e adrenalina che, però, di reale aveva ben poco.
Skye spinse il capo contro il poggia testa una, due, tre volte, con sempre maggiore forza, per cercare di scacciare le lacrime che invece continuavano a correre lungo le sue gote. Con il braccio istintivamente tentò di asciugarsele, ma il casco che non si era ancora tolto glielo impedì.
« Mi dispiace…  » sussurrò.
Chiuse gli occhi tra i singhiozzi, ma non poteva abbandonarsi alla tristezza: era lontana dal suolo non sapeva neppure lei quanto e se non avesse ripreso il controllo di se stessa immediatamente avrebbe perso quello della nave e, a quel punto, gli epiloghi potevano essere soltanto due: morire schiantandosi, morire fluttuando nello spazio profondo. Comunque morire, da sola, in modo orribile e lei non voleva morire!
Si passò la lingua sulle labbra ed assaporò le sue lacrime salate. Strinse i denti e con la mano tremante rallentò la salita, quindi piegò l’altra cloche. La nave virò di colpo a babordo. Non si aspettava una risposta del genere, non così repentina comunque.
Gridò più di sorpresa che di paura.
Poi vide Cellin, sotto di lei: bellissima. Enorme. Il sole di Stanton stava tramontando e lunghe ombre si allungavano all’orizzonte sempre di più e, presto, la luce sarebbe stata nella faccia della luna che non vedeva. Quelle ombre avrebbero coperto tutto e a quel punto non avrebbe avuto più modo di trovare il suolo senza schiantarsi.
Iniziò a ragionare sul da farsi, sul come tornare a terra o se fosse il caso di andarsene da Cellin, ma no, questo non era possibile: non sapeva impostare un salto a velocità quantistica, figuriamoci un salto vero e proprio. Rifletteva, sussurrava a se stessa per dar voce ai suoi pensieri, quando il computer di bordo iniziò ad emettere degli strani suoni ricorrenti, uniti al lampeggiare di una spia rossa.
Skye schiacciò il tasto che lampeggiava e il radar olografico al centro della plancia, si allargò mostrando un puntino rosso che, dal basso, si avvicinava al centro e Skye sapeva bene che il centro di quel radar rappresentava la sua nave.

la freelancer

Non aveva alcuna possibilità di vincere uno scontro a fuoco contro una nave qualunque, men che meno con una di quella stazza. Lo sapeva bene e presto le sarebbero stata addosso. Nel secondo monitor sulla destra, apparve la scritta “comunicazione in entrata”. Skye sapeva bene chi era a chiamarla e con un coraggio che non sapeva di avere, invece che ignorarli, autorizzò il segnale e il volto del comandante che le aveva dato la caccia comparve distorto nello schermo. Suo padre non aveva mai riparato quel monitor, del resto, come diceva sempre, bastava ascoltare bene più che vedere bene chi parlava dall’altra parte.
« Ragazzina, fermati, lasciati abbordare e ti riporteremo a terra incolume. Continua a scappare e ti abbatteremo. Sono stato chiaro? »  disse prima di sorridere. Se non avesse massacrato i suoi genitori e tentato di ucciderla una mezz’ora prima lo avrebbe quasi trovato rassicurante… quasi.
« Vai a farti fottere! » ruggì la ragazza.
Sempre con mano tremante, puntò la sua nave verso la zona d’ombra all’orizzonte, quindi inclinò di una trentina di gradi l’aurora e accelerò a tutta potenza. Se non fosse arrivata rapidamente a terra non avrebbe più avuto modo di farlo.
La vecchia nave della RSI tornò a traballare e nuovamente quelle vibrazioni l’attraversarono. Poi un qualcosa la centrò e tutto divenne blu per un attimo. Il primo monitor sulla destra che mostrava gli scudi passò sul rosso. Quel colpo aveva praticamente azzerato la protezione.
Un altro colpo così e sarebbe diventata una pioggia di detriti incandescenti.
Col cuore le esplodeva nel petto, iniziò a muovere a destra e sinistra il timone, schiacciando al contempo i pedali. La nave prese a ruotare sul suo asse, spostarsi di lato, in modo quasi del tutto casuale. Alcuni colpi la sfiorarono, ma andarono completamente a vuoto. La Freelancer si avvicinava però, ne era certa eppure continuava a mancarla.
Alla terza virata stretta, tuttavia, qualcosa iniziò ad andare storto: si sentì estremamente pesante, comunque stanca, travolta. Gli occhi le si chiudevano, era come

assonnata

travolta da ondate crescenti di stanchezza. Stava svendendo. Se ne rese conto, fortunatamente per tempo. Non poteva continuare così.
Lentamente sollevò entrambe le cloche, tirando sia il muso verso l’orizzonte immaginario segnato dalla grafica sovra impressa sul cristallo e, contestualmente, rallentando la discesa. Fu allora che vide un indicatore che prima non c’era, un indicatore con numeri che scendevano rapidamente così come fu allora che capì di essere troppo veloce ed inclinata.
Con gli occhi lucidi, cercò di raddrizzare la traiettoria, ma la cloche era estremamente pesante. Piazzò piedi sulla pedaliera e con tutta la forza che aveva tirò il timone. Poi la sua nave venne circondata dalle fiamme scatenate dall’attrito con l’atmosfera ed come una palla di fuoco sparì tra le tenebre.

7

I quattro schermi che occupavano la parte bassa dell’abitacolo da sinistra a destra, proprio sotto il cristallo erano impazziti: ognuno di loro presentava menù lampeggianti che rendevano la situazione se possibile ancora più caotica e terrificante per la ragazza.
La temperatura durante la discesa era aumentata repentinamente e molte delle guarnizioni e delle parti in plastica della nave avevano iniziato a sciogliersi. Mano a mano che i fili elettrici si deterioravano per il calore, scintille accompagnato da un fumo nero si sprigionavano senza preavviso un po’ dappertutto. Evidentemente gli scudi non stavano reggendo l’attrito con l’atmosfera.
Skye strinse le cloche cercando di controllare la discesa, ma dopo poco dovette lasciarle: anche loro iniziavano a scottare. La ragazza era in preda al panico: di fronte a sé, oltre il cristallo, una moltitudine di lingue incandescenti le ostruivano la vista e rendevano impossibile leggere i dati che il computer di bordo proiettava sul vetro. Una cosa però era chiara: stava scendendo e lo stava facendo rapidamente. Troppo.
Sicura che in quella folle discesa i suoi inseguitori non le sarebbero stati dietro per evitare di schiantarsi al suolo, si costrinse a non pensare al pericolo alle spalle, per focalizzare tutta la sua attenzione su quello imminente che le stava correndo incontro: doveva rallentare e doveva farlo immediatamente.
Ricordò gli insegnamenti di sua madre e cercò di rammentare frammenti degli articoli sul volo che aveva raccolto in quegli anni: doveva innanzitutto rallentare e poi ridurre l’angolo di ingresso in atmosfera o la nave, come un proiettile, si sarebbe schiantata da lì a poco.
Il sudore le rendeva insopportabile persino respirare e il fumo nero proveniente dalle sue spalle presto avrebbe saturato l’abitacolo, impedendole di vedere. Aveva poco tempo per impostare la rotta e pregare di non finire disintegrata o, comunque, seppellita in una bara volante.
Trattenne il respiro e afferrò entrambe le cloche.
Bruciavano, nonostante i guanti della tuta.
Gridò, ma non lasciò la presa.
Tirò entrambe con tutte le sue forze verso di sé, mentre sentiva la pelle delle dita aprirsi per le ustioni.
Urlò ancora, poi d’un tratto le fiamme che avvolgevano la sua nave disparvero e Skye tornò a vedere… a vedere il buio più totale: era nella zona d’ombra.
Se da un lato quelle tenebre avrebbero nascosto lei e la sua nave alla vista del nemico, al contempo le avrebbero occultato il suolo.
Continuò a far forza sulle cloche, incurante del dolore pulsante alle mani, anche sui palmi ora, e finalmente i numeri sospesi nel cristallo iniziarono a rallentare la loro discesa così come le linee dell’orizzonte. Skye si chinò in avanti e, nonostante le crepe sul vetro, gli schizzi di liquame di un qualche tipo che qua e la sporcavano tutto l’abitacolo, riuscì a comprendere cosa quei numeri rappresentassero: “altitudine” e “velocità di sicurezza”.
Ora sapeva cosa fare: pur non vedendo praticamente nulla, avrebbe ridotto la velocità sotto il limite massimo indicato dall’indicatore della velocità di sicurezza in modo da mantenere il controllo della nave e, contemporaneamente, gestendo le linee dell’orizzonte e l’altitudine, avrebbe evitato un atterraggio poco piacevole.
Col cuore in gola, si portò una mano al petto per assicurarsi al sedile grazie alla cintura di sicurezza, ma si accorse che era già chiusa. Doveva averlo fatto senza accorgersene chissà quando.
Meglio.
Riafferrata la cloche, tra fitte lancinanti alle mani, cercò di controllare la nave fino a quando le linee dell’orizzonte non indicarono un angolo di discesa non eccessivo e l’indicatore dell’altitudine iniziò a scendere più lentamente.

2.500 metri
2.300 metri
2.000 metri.


La velocità di sicurezza era ancora inferiore alla propria, il che significava che se non avesse rallentato non avrebbe potuto manovrare.

1800 metri.
1600 metri.


Cercò di rallentare ancora, anche con l’ausilio dei razzi di manovra, attivati dalla pedaliera e, finalmente, raggiunse l’obiettivo primario: la sua nave aveva finalmente rallentato quel tanto che bastava a evitare il peggio.

1200 metri.
900 metri.
800 metri.


Skye decise che poteva iniziare a raddrizzare il muso della sua Aurora CL e ridurre l’angolo di discesa. Da quel momento in poi avrebbe rischiato di impattare non tanto col suolo che distava oltre seicento metri, quanto piuttosto dai picchi rocciosi che sapeva esserci anche se non li vedeva a causa della totale assenza di luce.

Luce!

Sorrise improvvisamente.
« Le basi, Skye, le basi! » disse nel frastuono della cabina di pilotaggio.
Si guardò intorno e individuò un interruttore che sapeva avrebbe attivato l’illuminazione esterna. Doveva solo portare su quella levetta… ma le mani erano come incollate alle cloche. Non riusciva a muoverle, ad aprirle, né a staccarle dalla loro posizione. Non provava neppure dolore, fino a quando non ci pensò… in quel preciso istante il dolore tornò più forte che mai. Singhiozzò poi il fiato le venne mozzato dal contraccolpo quando la nave urtò quello che sicuramente doveva essere il picco di un’altura. Skye ora vedeva ombre allungarsi di fronte a sé, ovunque. Con la coda dell’occhio, mentre il sudore le imperlò la fronte già madida, lesse l’altitudine dal cristallo: 150 metri. Era praticamente al suolo..
Sgranando gli occhi cercò di evitare altre collisioni, fallendo. La nave urtò di fianco un altro picco. Il vetro del boccaporto laterale destro andò in frantumi, inondando la carlinga di schegge. L’aria di fuori irruppe dentro la nave dirompente. L’indicatore segnava 100 metri quando perse il controllo.
La nave si schiantò al suolo in una piccola radura.
Un boato. Un lampo. Una fitta. Poi tutto divenne nero.

8

Le mani furono le prime che si fecero sentire: le dolevano, le bruciavano. Cercò istintivamente di sollevarle, ma una fitta lancinante al polso destro le strappò un gemito facendole sgranare gli occhi.  Con la vista

il vetro era in frantumi come gran parte della strumentazione di bordo. Un alettone, divelto all’impatto, giaceva a una decina di metri dalla nave

tornarono tutti insieme anche gli altri sensi: udito,

il crepitio delle fiamme che stavano consumando la consolle di comando, il soffitto

olfatto,

il tanfo di plastica bruciata unito a mille altri odori sgradevoli le saturavano i polmoni

gusto,

oltre a superare ogni sua difesa, persino la tuta, scorrendole fin dentro la gola dandole il voltastomaco

tatto

dita e mani erano tempestate da una serie pulsante di punture, come se stesse stringendo una di quelle meteore ricoperte di cristalli di quarzo che precipitavano su Yela di tanto in tanto.

Il sapore ferroso del sangue che le colava dalla fronte fin sopra le labbra le strappò un conato, ma riuscì a trattenersi: il casco non era spaccato fortunatamente, ma se avesse vomitato avrebbe dovuto scegliere se morire affogata oppure asfissiata.
Provò ad alzarsi, ma era bloccata, incatenata alla poltrona. Sentì un’angoscia crescente premerle nel petto, strappandole il respiro. Riprovò ad alzarsi con uno strattone, ma il dolore al polso, alla schiena ed alla gamba destra più fitte sparse praticamente in tutto il corpo le strapparono un urlo stridulo ed acuto. Si abbandonò nuovamente allo schienale.
« Aiuto… » sibilò singhiozzando, mentre roteava gli occhi sempre più sul baratro di una crisi di panico, poi, senza rendersene conto, con la mano destra sfiorò qualcosa proprio sotto allo sterno. Era la chiusura della cintura di sicurezza.
Con movimenti sempre più rapidi, quasi convulsi, armeggiò con la chiusura fino a quando questa non scattò, liberandola.
Skye piangendo, si lasciò letteralmente cadere in avanti, finendo sul quadro di comando. La vista del fuoco e di quello che sarebbe accaduto se avesse attaccato sulla sua tuta però la fece riprendere. Con un colpo di reni, si spinse dalla parte opposta, tornando a urtare la sedia del pilota che, subendo l’ennesimo urto, evidentemente già pesantemente compromessa, si ribaltò, andando a rotolare nella parte centrale della nave. La ragazza ruzzolò assieme la sedie, ne venne dapprima travolta, quindi riuscì a spingerla verso la cuccetta.»
Cercando di proteggersi il polso rotto, si trascinò verso il boccaporto laterale sfondato e tra fitte a stento sopportabili, finalmente toccò nuovamente il suolo di Cellin.

* * *

Le fiamme che dovevano aver avvolto la sua nave mentre era incosciente si erano già spente e questo le aveva impedito di morire arsa viva, mentre all’interno in parte ardevano ancora.
Frammenti degli alettoni, dei propulsori, dei vetri, dei carrelli e di chissà quante altre parti della vecchia Aurora CL di famiglia erano sparsi in tutta l’area e, ad eccezione della zona illuminata dalle scintille che di tanto in tanto esplodevano dai frammenti del relitto e dalla carlinga che ancora bruciava, tutto il resto era avvolto dalle tenebre.
Skye sapeva che non poteva restare lì: nonostante le tenebre rappresentassero una protezione per lei, il relitto dell’aurora era un faro che sarebbe stato ben presto individuato dai suoi inseguitori. Doveva andar via.
Rotolò su se stessa e rimase ansimante con schiena nella polvere ed occhi al cielo stellato. Lassù tutto era pace e silenzio, mentre dov’era lei c’era solo terrore e caos. Si voltò verso quello che restava della nave e individuò qualcosa che le avrebbe fatto comodo: un tubo dell’impianto di refrigerazione era stato scagliato a mezzo metro da lei. Ritratto il braccio sul petto, rotolò ancora una volta fino a raggiungere il tubo quindi, stringendo i denti per resistere al dolore insopportabile, sfruttando il tubo si mise in piedi e iniziò ad allontanarsi. La piccola radura dove fortunatamente era atterrata era delimitata da una serie di collinette. Per il resto non vedeva assolutamente nulla.
I menù sospesi nel cristallo del suo casco oscillavano, sparivano per poi riapparire spostati e coi colori sfasati, prima di traballare pericolosamente ancora una volta e tornare nuovamente fissi per qualche attimo. Skye si chiese se i controlli oculari fossero ancora attivi. Provò a indirizzare la lo sguardo nell’angolo in basso a destra dove aveva piazzato l’attivazione della torcia elettrica posta sulla sua spalla destra e, pur se non nutriva alcuna speranza che potesse essere ancora funzionante, questa si attivò, illuminandole la via.
Un passo alla volta, la ragazza si allontanò dalla nave e raggiunse una salita non troppo ripida. Doveva arrampicarsi per avere una visione migliore del dove si trovasse e, soprattutto, di dove potersi nascondere: non aveva modo, del resto, di allontanarsi più di tanto in quelle condizioni.
Così, nonostante una vocina dentro la testa la supplicasse di fermarsi, piano piano iniziò l’arrampicata.

* * *

Non aveva idea di quanto tempo fosse passato, ma quando raggiunse la vetta si sentì appagata come non le era mai accaduto prima: aveva superato i suoi limiti. Si guardò intorno e vide quello che stava cercando: quella strana rientranza aveva tutta l’aria di essere una grotta o qualcosa del genere. Lì si sarebbe potuta riparare e riposare, oltre a ragionare sulla sua prossima mossa. Fece un passo poi si congelò: avvertiva qualcosa nel casco, come un

contatto

fruscio, un disturbo, qualcosa che non doveva esserci visto che era sola. Skye con il labbro che iniziò a tremarle senza controllo voltò il capo in direzione della nave, qualcosa comparve dal nulla e centrò in pieno il relitto, facendolo esplodere.
Lo spostamento d’aria la travolse, facendola cadere giù, lungo il pendio. L’avevano trovata.
Rotolava senza potersi fermare, ma se non altro le fitte che continuavano a raggiungerla la tenevano sveglia: non poteva svenire, non fino a quando non si fosse fermata almeno.
Una volta arrestata quella dolorosa caduta, riprese a trascinarsi lungo l’ennesima altura: non avrebbe potuto sfuggire ai suoi aguzzini che, ora, giocavano con lei come potrebbe un cacciatore con una preda ferita. Aveva però un vantaggio perché non potevano sapere se fosse viva e, soprattutto, dove fosse. Non subito almeno.
Quel vantaggio era tuttavia limitato perché presto sarebbero arrivati. Lo sapeva. Lo sentiva. Lo temeva.
Aveva bisogno di un piano.
Trascinandosi come meglio poteva, riuscì a raggiungere la vetta dell’ennesima collinetta e vide le luci abbaglianti della Freelancer sempre in lontananza: stavano arrivando!
Aveva poco tempo, pochi attimi prima che gli scanner dei suoi inseguitori la individuassero, ma cosa poteva ferita, disarmata, sola, contro di loro? Come poteva sfuggir loro?! In quel momento ricordò le parole di suo padre. Erano riferite ad un cliente, ad una contrattazione, non capì neppure come mai le vennero in mente, ciò nonostante non riuscì a non pensarci: “quando ti trovi su un binario morto nella trattativa, non ha senso perdere tempo cercando un’altra strada. Meglio chiudere lì e tornare a lavoro”.
Skye ebbe un’idea.
Con la mano buona sganciò la torcia dalla spallina e la piantò nel terreno, proprio in direzione del relitto della nave, in direzione della Freelancer degli inseguitori. A quel punto si lasciò scivolare sul crinale e si appiattì contro il fianco della collinetta. Infine, con il controllo oculare spense ed accese la torcia.

Luce, poi una piccola pausa, poi luce per alcuni secondi, poi pausa per un secondo.

Nella sua testa sperava che dall’alto sarebbe stata scambiata per lei che correva.
La Freelancer dei suoi cacciatori fece fuoco, mancando la vetta però, la nave era molto vicina, sentiva il rombo dei motori attraverso il casco. Skye lasciò accesa la torcia ancora qualche attimo poi, quando il rombo fu davvero forte, la spense del tutto.
La nave, concentrata sul punto di riferimento, fece fuoco centrandolo in pieno, ma il colpo fu tale da frantumare la punta rocciosa della collinetta che si tramutò in una pioggia di sassi improvvisa che, dal basso verso l’altro, travolse la nave.
Una bolla azzurra circondò la lancer che però era davvero troppo veloce, evidentemente nel tentativo di non farsi sfuggire quella pericolosa testimone. Così nonostante non subì danni immediati dall’urto con i frammenti scaraventati per aria dall’esplosione, non riuscì a sollevarsi per tempo senza urtare con le l’ala destra l’ennesimo colle che punteggiava l’area. L’urto fu terribile. L’ala venne strappata e roteando finì per decapitare una collina poco distante. La Freelancer, fuori controllo, in un avvitamento letale si schiantò a terra, trasformandosi in una frana di detriti e roccia. Infine, arrestò la sua rovinosa corsa, contro un muro di terra e roccia poco distante.

* * *

Skye non aveva visto la fine della nave dei suoi aguzzini, non aveva assistito allo schianto, ma ora, mentre zoppicando si avvicinava ai resti della nave inseguitrice, poteva finalmente vedere che il suo piano aveva avuto un successo insperato. Aveva vinto.
Poco distante dalla nave, i resti di quello che doveva essere il capitano degli assassini che avevano trucidato la sua famiglia. Doveva essere stato sbalzato dall’abitacolo.
- E’ quello che ti meriti. – pensò.
Si aggirò tra i resti della nave senza un perché: sarebbe stato meglio allontanarsi il più possibile, ma era attratta da tutto quello sfacelo, affascinata dal pericolo scampato.
Infine, sentendo che le forze le stavano per venire, meno, ricordò la grotta poco distante: avrebbe fatto meglio a rifugiarsi lì per la notte, pensò. Così si voltò.
« Tu… » ruggì attraverso il casco della sua armatura pesante il mercenario. L’unico sopravvissuto della Freelancer aveva un occhio completamente andato, il viso tumefatto, un braccio penzolone lungo il fianco e l’altro avvinghiato ad uno quattro cannoni balistici delle torrette che si era piantato in verticale come fosse una sorta di bizzarra pianta locale.
Skye cadde all’indietro: scuoteva il capo cercando di arretrare, trascinandosi coi gomiti per come poteva, ma non riuscendo a distogliere gli occhi dal volto furente del militare.
« Questo è per Gery e per Sallas. » disse estraendo la pistola. Skye chiuse gli occhi: aveva lottato, ma non aveva modo di fuggire, non più. Chiuse chi occhi in attesa della fine, poi un tonfo sordo la costrinse ad aprirli di scatto: il mercenario le dava le spalle, traballava, quindi inaspettatamente cadde a terra col casco sfondato. L’uomo ebbe alcuni tremiti convulsi, quindi rimase immobile. Davanti a lui una figura che non aveva mai visto: il volto nascosto in una strana maschera scura, di metallo, anzi, più ricavata da pezzi di scarto assemblati insieme. Sulla testa un cappuccio che si univa ad un mantello di tela biancastra che lo avvolgeva fino alle ginocchia. Un’armatura estremamente aggressiva, ma non pesante come quella del mercenario a terra gli conferiva un aspetto minaccioso. Le gambe erano avvolte da una serie di bande di stoffa della stessa fattezza del mantello che, evidentemente, celavano altre parti di quella singolare corazza.
Skye non aveva più la forza di opporti al destino e, comunque, chiunque egli fosse, l’aveva salvata da morte certa. Una folata di vento scosse il mantello dello strano guerriero che, nel frattempo, aveva riposto dietro la schiena un bastone rinforzato con parti di metallo. Sempre fissando la ragazza a terra, estrasse con un movimento fluido una pistola dalla cintura e fece fuoco una, due, tre volte contro il corpo a terra dell’inseguitore, quindi, riposta l’arma, scavalcò il suo cadavere e si avvicinò alla giovane ferita e, infine, le porse la mano.
Da quando la sua triste avventura era cominciata, si sentì per la prima volta finalmente al sicuro.
Senza dire nulla, sollevò la mano tremante ed afferrò quella del suo salvatore che, con rapidi movimenti ed una delicatezza fuori dal comune, la prese tra le braccia per poi sparire in direzione dell’orizzonte.

"Spesso gli incantesimi più semplici nascondono le sorprese più grandi" - Sceiren