Schegge di Futuro

Posto un racconto breve ambientato nell’universo fantascientifico di Star Citizen.
Il racconto descrive i tre pilastri del gioco: esplorazione, combattimento, commercio.

In particolare il primo paragrafo l’ho scritto ad agosto in occasione dell’uscita del primo modulo, il modulo Hangar ed ha appunto pennellate di commercio, il secondo ruota sull’esplorazione ed il terzo… ma quanto parlo oggi!  In poche parole, questo è come me lo immagino, questo quello che desidero!

Come sempre, buona lettura.

Schegge di futuro

1
Tutto comincia in un hangar

Aveva le sue mani schiacciate sopra gli occhi e oltre a non vedere assolutamente nulla, in più di un’occasione, mentre camminava incerto seguendo la voce di suo fratello che evidentemente lo precedeva, era stato strattonato all’indietro da suo padre che non aveva la minima intenzione di mollare la presa e, da dietro le spalle, lo attanagliava senza pietà.
– Padre, per favore, credimi non vedo assolutamente nulla! Vorrei però tornare a farlo prima o … ahi! Prima o poi! Se me li schiacci gli occhi come torno a lavoro! – e rideva.
– Su, su, non fare il ragazzino! Tuo padre sa quello che fa, vero Anthony? – la voce di sua madre era allegra e felice.  Mark sapeva che sua madre a stento si tratteneva dal dirgli a cosa stava andando incontro in quel modo così pittoresco e per questo non chiedeva, per non darle la spintarella che le mancava per cedere: non aveva mai saputo trattenere i segreti e quello andava avanti da quando era rientrato dalla sua ultima missione due giorni prima a quel momento.
– Dai dai! Vieni Mark! – il fratellino lo incitava, sua madre lo incitava… e suo padre lo incitava trattenendolo!
– Andiamo va bene! –
Allungò il passo e con due lunghe falcate per poco non sfuggì alla presa del padre che trattenne un’imprecazione trai denti prima di tirarlo a sé.
– Aspetta ferm… –
Non fece in tempo per impedire al ragazzo di scontrarsi con un freddo e pesante portello ancora sigillato.
– Per fortuna, disse sogghignando, mi tenevi le mani sugli occhi altrimenti sia che capocciata! –
– Ah, fai due passi indietro. – disse suo padre prima di adagiare il palmo della mano sul rilevatore biometrico.
Lo scanner iniziò l’analisi delle sue impronte digitali, prelevò una goccia di sangue e una voce metallica con una vaga flessione femminile confermò identità, sesso e poi quello che da sempre faceva ridere Jason quando lo ripeteva ad ogni accesso: “soggetto vivente”. Quindi con un sboffo il portellone si aprì permettendo l’accesso alla famiglia Mc Bride.
Non appena Mark superò il portello finalmente aperto, si fermò e sorrise piegando il capo sulla destra:
– Siamo nell’hangar, vero mamma? –
La signora Lara Mc Bride si morse un labbro e non rispose, ma il suo silenzio per il figlio fu l’equivalente della risposta.
– Dai, forza! – lo incalzò Jason saltellandogli davanti precedendolo.
– Va bene, va bene, eccomi. –
Con passi incerti, ma più rapidi possibili e sempre non vedendo assolutamente nulla, Mark, tallonato da padre e madre e anticipato dal fratellino puntò dritto davanti a sé.  Valutò dal numero di passi che tra poco avrebbe raggiunto il piano olografico e la nave dei suoi genitori, quindi rallentò un poco quando ebbe la sensazione di essere prossimo all’ennesimo frontale.
– Non di qua, andiamo, ecco, bravo svolta di qua o mi ammaccherai Bellatrix. –
Aveva fatto bene i suoi conti.  Si lasciò indirizzare dalla pressione sulla spalla destra di suo padre e riprese a camminare quando infine la sua marcia alla cieca giunse al termine.
– Andiamo, uff… dai! – continuava Jason impaziente e non più in grado di trattenersi.
Il padre espirò rumorosamente, quindi gli disse all’orecchio di tenere gli occhi chiusi, infine allentò la presa e lo lasciò.
– Molto bene, Mark, adesso puoi aprirli. – disse con voce seria Anthony McBride.
Come spesso capita, l’impazienza vinse il buon senso e Mark spalancò di colpo le palpebre venendo travolto dalla forte luce dei neon che illuminavano l’enorme hangar di una luce azzurrina.  Istintivamente si riparò con l’avambraccio e attese che le pupille si adattassero, quindi, lentamente, col cuore che gli batteva in petto senza un motivo di preciso, allontanò il braccio e mise a fuoco.
Rimase come inebetito per qualche attimo, incredulo di quanto aveva di fronte.  Si portò una mano alle labbra continuando a fissare dritto davanti a sé quello che avrebbe tranquillamente potuto essere un miraggio, una di quelle allucinazioni di cui aveva studiato in accademia.
– Sei… siete… ma siete matti!? –
Due passi, poi altri di corsa fino a raggiungere il portello circolare subito dietro la cabina di pilotaggio, sulla fiancata.
– Non è possibile… ma come…? –
Lara batteva le mani entusiasta, mentre Anthony annuiva soddisfaccio con gli occhi lucidi.
– Sei senza parole, eh? Un capitano sa sempre cosa dire! – disse Jason portandosi le mani sui fianchi e alzandosi sulle punte per darsi maggiore importanza.
– Io non so cosa dire…-
– Non devi dire nulla, figlio mio, quello che devi fare e assumere il comando della tua vita e non ha senso studiare una vita, prendere il brevetto, l’abilitazione a scout col massimo dei voti per poi passare il tempo a fare da mozzo su una Freelancer per pochi spiccioli.  No, Mark: hai scelto la tua strada e per percorrerla hai bisogno di una nave ed eccola qui, andiamo, non gli dai un nome? –
Mark appoggiò la mano sul vetro del portello.
– Un nome per un’Aurora… mi pare quasi un contro senso… –
– Ehi, per chi ci hai preso, pensi forse che ti manderemmo là fuori “semplicemente” con un’Aurora?-
Mark finalmente padrone di se stesso, osservò con attenzione la nave: il colore, le linee e soprattutto i missili montati sotto le ali.
– Non è possibile, è una LX! L’avrete pagata una fortuna? –
Il padre si arruffò i capelli come quando era bambino, non senza difficoltà visto che adesso era più alto di lui.
– Come ho detto, per i miei figli solo il meglio o niente e poi, è stato comunque un affare considerato che acquistandola ho avuto un prezzo di favore per il resto. –
– Resto? –
– Forza, capitano, è tempo di salire a bordo. –
Mark premette l’interruttore: la barra centrale ruotò sganciando i blocchi di sicurezza, il portello si aprì a destra e sinistra permettendo al ragazzo di entrare per la prima volta nella sua nuova nave.
Mark McBride e si trattenne da dare un’occhiata a quello che sarebbe divenuta la sua camera, la sua casa, per dare la precedenza alla consolle di comando.  Il ragazzo eccitato come un ragazzino la notte di Natale, fissò lo schienale della poltrona del capitano, quindi si avvicinò ed automaticamente lo schienale ruotò di 180 gradi, invitandolo a sedersi sui morbidi cuscini della poltrona.
Una volta seduto, Mark fece l’occhiolino al fratellino che era salito a bordo dopo di lui e premette il tasto verde sulla tastiera di sinistra con la scritta standby.  La poltrona ruotò di nuovo portandolo di fronte alla strumentazione di bordo ed alla vetrata della nave che dava sul portello a chiusura stagna che dava all’esterno.
Il padre, a terra, indicava verso il basso, come a volergli mostrare qualcosa.  Mark abbassò gli occhi alla cloche, allo schermo di controllo scudi ed armamenti ed infine al navicomputer, già impostato.
– Che significa… – biascicò, poi riconobbe le coordinate e l’etichetta a cui erano associate: “Casa”.
Alzò gli occhi dal computer e incrociò quelli di suo padre che annuiva e sentì le lacrime scendergli lungo le gote.
Lasciò la consolle di comando, scese dalla nave e raggiunto suo padre lo abbracciò con forza.
– Hai sempre detto che volevi vedere Terra… – disse Lara McBride sorridendo.
– …e un comandante, anche se esploratore, senza un hangar proprio dove atterrare di tanto in tanto, non è un comandante. –

* * *

Con un tonfo che echeggiò per l’hangar qualche secondo l’ultima cassa del carico venne sistemata sulla piattaforma ai piedi della Constellation.  Anthony McBride si appoggiò ansimando ad uno dei pistoni che attivandosi avrebbero sollevato la piattaforma nella pancia della sua amata Bellatrix.
– Pronti lì sotto? – chiese Lara affacciandosi.
Il marino fece cenno con la mano, continuando a riprendere fiato.
– Era l’ultimo, vero padre? –
– Sì… l’ultimo… ora li carichiamo, assicuriamo e poi abbiamo finito anche per questa volta, fammi solo riprendere fiato. – disse dando un paio di colpi di tosse ed asciugandosi il sudore che gli imperlava fronte e collo.
– Sei proprio una testa dura, padre! – Jason fissava suo padre serio, un ometto in miniatura, che però non ha problemi a dire la sua.
Mark fissò il fratellino con sguardo duro.
– Non parlare così a tuo padre. – lo redarguì serio, ma Jason per tutta risposta lo evitò, si arrampicò sulle casse ordinatamente disposte sulla piattaforma e fissò dall’alto verso il basso suo padre, imperterrito.
– Io non ti capisco, padre, ti spacchi la schiena, sudi, non ce la fai quasi più, eppure continui a fare tutto… tutto con le tue sole mani! –
Anthony sorrise al figlioletto, si passò la mano sul fiso e si grattò la lunga barba scura, quindi si sedette su una cassa poco distante dal bambino.
– E cosa proponi? –
Jason si illuminò in viso e si lasciò cadere a sedere accanto al padre, tutto eccitato, sotto gli occhi ancora tutt’altro che morbidi del fratello maggiore.
– Perché non compri… mmm… i lacchi di ferro, quelli per le braccia! Il padre di Margery ce li ha i lacci nelle braccia e solleva casse come queste da solo! E poi non si affatica mai! –
– Si chiamano innesti… – puntualizzò Mark alzando gli occhi verso la madre che dall’alto ascoltava in silenzio.
Anthony fece cenno al bambino di avvicinarsi, quindi lo afferrò per le spalle:
– Ascoltami, Jason, ti piace la nave su cui voliamo? –
– Bellatrix? – chiese il bambino colto di sorpresa dalla domanda.
– Sì, ti piace Bellatrix? –
– Certo che mi piace, padre! –
– E sai come io e tua madre l’abbiamo avuta? –
– L’avete comprata due anni fa. –
– Esatto. L’abbiamo comprata dopo aver messo da parte ogni credito necessario, rinunciando talvolta anche a mangiare, lavorando tutti i giorni, con queste braccia e con queste gambe e con questi occhi.  Vedi, io voglio essere stanco dopo una giornata di lavoro perché significa che ho dato il massimo, che ho davvero lavorato bene, che ho fatto quello che andava fatto.  Mio padre e suo padre prima di lui e tutti i nonni della nostra famiglia fin dalla colonizzazione di Marte, hanno sempre lavorato puntando sulle loro forze, arrivando la sera stanchi morti, magari, con la schiena rotta, forse, ma con il sorriso del lavoratore che ha fatto il proprio dovere e se ora io mi piantassi innesti nelle braccia per sollevare con facilità questi container, poi non dovrei forse innestare circuiti per avere i riflessi più pronti alla guida? E perché no, anche potenziare gambe, cuore, polmoni?  E cosa resterebbe di tuo padre poi?  Io invece ho messo i crediti da parte e ti ho regalato un futuro che porta il nome di una delle stelle più lucenti di sempre ed un giorno, quando ci ritireremo, questo futuro sarà il tuo presente e spero che per allora capirai che a differenza del padre della tua amica, io non ho “barato” alterando me stesso con la tecnologia, ma ho scommesso un altro giorno su me stesso e ho raggiunto quello che vedi solo con le mie forze… e quelle di tua madre, di tuo fratello e le tue… insomma con la forza della nostra famiglia. –
Jason non sembrava convinto, ma il sorriso di suo padre era contagioso.
– E va bene, ho capito. – disse senza troppa convinzione.
– Se hai capito da tu l’ordine, vice capitano. – disse Anthony indicando la madre.
– Portelli sopra! – gridò contento il bambino e un attimo dopo la scomparsa della madre nel ventre della nave, con uno sbuffo d’aria compressa, la piattaforma venne sollevata fin dentro alla stiva della nave.

* * *

Lara si lasciò il portello degli alloggi dell’equipaggio alle spalle e lanciata un’ultima occhiata al figlioletto addormentato sul letto basso dei due di sinistra, si voltò e raggiunse marito e figlio maggiore seduti intorno al tavolo.
Anthony McBride lascò uno sbuffo di fumo azzurrino nell’aria e lo osservò volteggiare pigramente verso il soffitto, prima di venire risucchiato dalle prese d’aria disposte ai lati della carlinga.
– Dove andrai, figlio mio? – chiese Lara fissando l’Aurora che avevano comprato qualche settimana prima.
– Non lo so di preciso, mi sembra ridicolo dirlo: ma l’universo è grande, e per la prima volta non so come muovermi. –
– E’ più facile quando suggerisci soluzioni, ma alla fine le decisioni le prende qualcun altro.  Beh, da oggi sei il capitano e decidi tu le coordinate sul navicomputer. – disse grave il padre.
– Vero, è più facile, forse, ma sono certo che non appena partito mi verrà in mente qualcosa. –
– Ci siamo quindi, questo è un arrivederci. – disse Mark con la voce strozzata.
– Sì figlio mio, un arrivederci, non dimenticarlo. – e Lara abbracciò il figlio che il giorno dopo avrebbe preso la via delle stelle.

2
Sentiero di Stelle

Silenzio.  Immaginava che il silenzio lo avrebbe circondato, fino a farlo impazzire, la prima volta che lasciò il pianeta e aveva preso lo spazio, ma non vi era silenzio nel vuoto, non nella sua nave comunque.  Il continuo cigolare della struttura, gli sbuffi degli stabilizzatori laterali, quando attivati certo, le spie sonore del computer di bordo e una infinità di altri comuni piccoli suoni che non aveva mai neppure preso in considerazione, quando era a bordo della Freelancer del suo datore di lavoro ora erano i suoi compagni di viaggio.
Mark aprì gli occhi e sbadigliò stiracchiandosi soddisfatto, sentendo scricchiolare la schiena e le scapole, quindi sorrise: aveva visto la foto scolorita che aveva incollato sul soffitto del suo alloggiamento, proprio all’altezza del viso, in modo che la potesse vedere appena apriva gli occhi e prima di chiuderli andando a dormire: suo fratello Jason in piedi sul cofano della Buggie comprata da suo padre per il suo sesto compleanno… Si accarezzò la guancia: la barba incolta era divenuta pungente.  Fece una smorfia di disapprovazione: non aveva mai approvato la barba lunga che invece adorava suo padre e, evidentemente, gradiva anche sua madre.  Spostò gli occhi dalla foto del fratellino a quella subito dopo: la Constellation dei suoi genitori e a terra, padre e madre che lo salutavano con la mano.  Si soffermò sui bordi lacerati dalla condensa.  Quanto tempo era passato?
Mise a fuoco la foto concentrandosi.
– Dodici anni… – disse a bassa voce.  Una cosa che aveva scoperto era che il suono era come amplificato nella sua nave.
– Va bene Jenevieve, mettiamoci a lavoro. – puntò i piedi sul soffitto e spinse, una, due, tre volte, quindi li riabbassò, sbadigliò ancora.  Si tolse la maglietta e ne prese una pulita dallo scomparto sotto alla sua branda, la indossò.  Era l’ultima, dopo le rilevazioni di quella mattina doveva atterrare, se non altro, almeno per una cambiata, una cena dignitosa e magari anche per una dormita degna di questo nome.
Lasciò la sua “camera”, un’occhiata ai manometri e come ogni volta in cui si svegliava, si appoggiò al portellone circolare che dava all’esterno per fissare le stelle che lo circondavano.  La sua Aurora LX pigramente ruotava intorno al proprio asse, in silenzio, senza spinta, per inerzia, ma per lui erano le stelle a girare, in un lento andare senza fine.  Sapeva bene in che sistema si trovava, ma si esercitava a dedurlo dalla posizione delle stelle conosciute.  Glielo aveva insegnato sua madre.
Così indicò Kilian II e poi Doin IV e sorridendo fece due calcoli prima di scendere dalla parte opposta verso Helios I. 
– E perciò da quella parte si torna a Terra, gusto Jenevieve? – un’ultima occhiata all’infinito che lo circondava, e prese posto alla poltrona del pilota, premette il tasto “stand-by” e la poltrona, ruotando sul suo asse, lo portò di fronte alla strumentazione di bordo.
– Motore, generatori, scudi. – e premeva i rispettivi interruttori. – Luci, navigatore, mappe. – Riconobbe il crescente avvio dei motori.
– Vedo che sei in forma, Vìvì, vediamo cosa hai trovato nelle ultime ore. Dunque: Una nebula, ah, grande scoperta… la X345B, residui di raggi gamma e… aspetta un momento… – Si piegò sul computer e avviò il simulatore.  Inserì le coordinate di un punto imprecisato della mappa stellare che presentava però una insolita attività gravitazionale.  Il simulatore confermò.
– Anomala… direi che merita un’occhiata da vicino. – dette un’occhiata al carburante: ne aveva per uno, massimo due salti.
Mark si abbandonò sullo schienale che assorbì la sua spinta, quindi afferrò una bottiglia d’acqua da mezzo litro e dette un paio di sorsate, mentre rifletteva.
– Se salto lì e poi torno indietro, sarei ad almeno una settimana a velocità normale dal sistema più vicino, che è Terra appunto… ma se salto lì e poi punto su Charon III… mi costerà l’attracco, ma ne sarà valsa la pena se non altro… che ne pensi Vìvì? Saltiamo? – valutò le coordinate sulla mappa stellare, pianificando di balzare abbastanza lontano dall’anomalia per evitare di esserne attratto, ma allo stesso tempo abbastanza vicino da poterla studiare con maggior livello di accuratezza. 
– Qui, esattamente qui. – disse inserendo le coordinate.
Il computer accettò i dati immessi ed iniziò l’elaborazione.
– Prima o poi comprerò un Elaboratore Mark IV ed allora cambierà tutto, vedrai Jenevieve, se quell’anomalia è quello che penso, forse aggiorniamo anche il generatore principale, ma quasi quasi nel frattempo…- era tornato dall’esplorazione della zona orientale oltre il settore di Kiel da alcuni giorni e preso dall’analisi dei dati raccolti e dalla conseguente stanchezza, aveva dimenticato di registrare.  Considerato i tempi di calcolo del navicomputer per il salto, aveva qualche minuto utile proprio per il suo consueto messaggio, così attivò la telecamera di bordo e la indirizzò sul suo viso. Si chiarì la voce, ricordandosi di alzare il tono per evitare che dall’altra parte avvertissero solo bisbigli, e attese che la spia passasse sul verde.
– Buon giorno fratellino! Inizio come mi hai detto tu qualche settimana fa, visto che non voglio che tu passi il tempo a parlare male di me.  Qui capitano Mark, dall’Aurora LX “Jenevieve” in esplorazione nel settore sconosciuto meridionale di Terra.  I sistemi ambientali mi dicono che sono le ore sei del mattino a Davien, così gli credo e già ti immagino ancora nel pieno sonno… Qui il tempo è splendido: come sempre silenzio e pace.  Scusami se non ti ho mandato comm-link di recente, ma nelle ultime settimane sono stato preso dall’analisi delle zone contese di Kiel, molto molto vicino ai confini Xi’An e, a proposito di questo, sto completando questo lavoro per un tizio che mi pagherà molto bene, ma non in denaro, ma con un visto, Jason, un visto per Virtus! E tu sai cosa significa questo? Significa che potrò vedere un mondo alieno, un mondo Xi’An! Comunque, penso che per chiudere il lavoro di analisi dei dati raccolti avrò bisogno di… –  la spia verde indicava che l’Aurora LX era pronta per il salto.
– Piccola pausa, sto per saltare verso il sistema di Charon, credo di aver trovato qualcosa di interessante. Riprendo il messaggio a salto eseguito.  Non scappare eh? – e premette lo stop al messaggio. 
– Inizio sequenza: tre, due, uno. – e schiacciato il tasto verde, l’Aurora, aperto uno squarcio nel manto scuro l’universo, scomparve nel wormhole.

* * *

Uscire dal passaggio aperto per il salto era qualcosa che ancora lo lasciava stordito, non come le prime volte, certo, ma ciò nonostante, nonostante gli anni passati nello spazio alla ricerca di qualcosa che valesse la pena scoprire, nonostante le centinaia di salti che aveva compiuto, rimaneva comunque stordito.  Si sentì l’acqua che aveva mandato giù pochi minuti prima in vena di tornare nella bottiglia.  Ebbe un conato, lo trattenne, quindi riprese a respirare normalmente. 
Allungò la mano e riavviò la registrazione.
– Molto bene… mmmm… una cosa da non fare mai, Jason, mai bere prima di un salto, almeno a me fa un effetto che preferisco non descrivere e che spero di non documentare.  Comunque, il salto è stato un successo e sono esattamente dove volevo essere.  Attivo i sensori a corto raggio adesso qui, qui, e qui e vediamo cosa registrano.  Ho saltato a queste coordinate perché da un’analisi preliminare parrebbe esserci un’anomalia gravitazionale di qualche tipo e questo può essere dovuto a…? Hai studiato Jason? Aspetta vediamo… accidenti, Jason… non è possibile che nessuno lo abbia notato, un attimo, aspetta. – Si voltò tornò nella stiva, aprì un piccolo portello ai lati del letto e ne estrasse una vecchia mappa stellare, la mappa che gli aveva regalato Capitan Darren,  quando lo aveva lasciato la sua Freelancer un decennio prima.
Mark, eccitato come un ragazzino, aprì la mappa sul letto fissando il sistema di Terra e i sistemi adiacenti e, più in basso il sistema di Charon. 
– Eccola, eccola!!  – disse puntando l’indice sulla mappa proprio al centro della nebula che aveva registrato il giorno prima. – X345B! – tornò alla consolle di comando e studiò i dati che i sensori continuavano a registrare. 
– Fratellino, non hai idea di cosa ho scoperto!  Ne sono praticamente convinto! Ora ti spiego!  Bene: la nebula presente su tutte le carte, la X345B, in realtà non è una nebula! I sensori si sbagliano.  Avevo calibrato i sensori per rilevare alterazioni gravitazionali nel settore di Kiel, come ti dicevo, per la commissione che avevo ricevuto, ma preso dalla stanchezza non li ho ricalibrati e li ho lasciati sul lungo raggio.  Questo mi ha permesso di bucare la nebula che notoriamente non ha nulla di nuovo da mostrare salvo che non abbia qualcosa al proprio interno e questo “qualcosa” io per puro caso l’ho centrato coi sensori a lungo raggio l’altra sera!  Ora ho ricalibrato correttamente il tutto e ho individuato un campo di asteroidi all’inizio della nebula, ma vedi, la cosa che ho anche riscontrato è che parte di quegli asteroidi si muovono in una direzione! Ti rendi conto cosa significa questo? Che sono attratti da qualcosa! Jason, non vorrei sbagliarmi, ma secondo me dentro la nebula potrebbe esserci un corpo celeste! E’ una grande scoperta, fratellino, e se così sarà, ti giuro che gli darò il tuo nome. –
Un’allerta dal radar attirò l’attenzione dell’esploratore che indicò la telecamera, come per dire all’interlocutore dall’altra parte di non andarsene, come se davvero vi fosse qualcuno in ascolto in tempo reale.  Quel messaggio avrebbe impiegato settimane a raggiungere casa sua.
Mark attivò lo scanner del suo radar di bordo e rimase stupito quando il radar restituì un puntino lampeggiante, poi un secondo, ed un terzo.
– Dagli asteroidi? – indirizzò i sensori a medio raggio nella direzione dei contatti individuati dal computer e avviò l’identificazione.
Mano a mano che leggeva si sentì ghiacciare la schiena e il sudore freddo gli imperlò dapprima la fronte, poi gli colò lungo il collo.
– Classe: Cutlass, identificativo UEE, sconosciuto.  Classe: Caterpillar, identificativo UEE, sconosciuto. Classe Cutlass, identificativo UEE, sconosciuto. –
Mark McBride sbattè diverse volte le palpebre mentre il cuore gli esplodeva nel petto.  Due cutlass ed una Caterpillar, senza insegne.  Non potevano che essere pirati.  Non potevano che essere ostili.
Si umettò le labbra e armeggiò col computer: non poteva seminarli, lo sapeva bene.
– Fratello, ho un contatto multiplo a medio raggio: due Cutlass ed un Caterpillar senza identificativi, penso siano pirati, probabilmente avranno la loro base tra gli asteroidi di cui ti parlavo.  Stimo un contatto tra pochi minuti, proverò a… cercherò di saltare prima del loro arrivo verso Charon III. – a memoria inserì le coordinate, ma i dati non venivano accettati: mentre effettuava le prime rilevazione, probabilmente l’Aurora si era spostata dalle coordinate di arrivo dal salto compiuto in precedenza.
– Maledizione, andiamo. – inserì altre coordinate, cercando di bilanciare lo spostamento per inerzia compiuto dallo scavo, ma il computer rifiutò i dati immessi. 
– Mi occorre più tempo… più tempo… – poi una comunicazione in ingresso, bypassando il sistema di criptaggio di bordo, entrò in chiaro sullo schermo di sinistra e Mark lo vide, vide il suo avversario.  Un uomo di mezz’età, con vistose cicatrici sulla guancia sinistra fino all’occhio che evidentemente era andato perduto e sostituito da un impianto cibernetico.  Capelli bianchi raccolti in una coda ed una bandana rossa al collo.  Un tatuaggio sul collo raffigurava una rosa dei venti con al centro un teschio senza mandibola.
– Ti do il benvenuto nel mio sistema, a nome mio e della mia ciurma.  Mi chiamo John e tutti mi chiamano il Bello e ti comunico ufficialmente che la tua nave, il tuo carico e ogni altra cianfrusaglia porti su quella carretta dei cieli ora è mia.  Lasciati abbordare e non ti sarà fatto alcun male, ma sarai venduto come schiavo su Helios.  Lo so, più che bello sono generoso, è la mia debolezza. Saremo da te in… 2 minuti.  Non vedo l’ora di conoscerti. – e chiuse la comunicazione.
Mark si asciugò il sudore dalla fronte e fissò la telecamera che non aveva smesso di registrare.
– Jason, il computer non è pronto a saltare, ma se non salto questo John mi raggiungerà e allora sarò morto comunque.  Non sapevo della presenza di pirati in questa zona, dovrai avvertire tu le autorità. Immagino che il loro branco sia qualifichi con una rosa dei venti con un teschio al centro, il capo ne ha una tatuata sul collo… senza mascella il teschio, mi raccomando i dettagli, Jason… sessanta secondi all’intercettazione.  Devo saltare o quelle cutlass mi raggiungeranno impedendomi il movimento coi raggi traenti.  Ti voglio bene ed anche alla mamma e papà e dì loro che qualunque cosa accada, è stata una mia scelta. –
Tirò la cloche e aumentò al massimo i propulsori puntando verso lo spazio profondo proprio quando una delle due cutlass attivò il raggio traente.  L’Aurora venne rallentata, ma fortunatamente era già in accelerazione e sfuggì al raggio riacquistando velocità anche grazie alla spinta dei post-bruciatori.
L’altra cutlass però non commise lo stesso errore ed aprì il fuoco.  Mark gridò quando sentì i colpi del mitragliatore dell’aggressore colpirgli lo scafo, chiuse gli occhi e avviò il motore per il salto.

* * *

Aprì gli occhi lentamente, si guardò intorno ancora scombussolato.  Aveva vomitato, fortunatamente a terra e non sugli strumenti.
– Dove… dove siamo, Vìvì…? – sibilò ancora senza forze.  Il salto era andato a buon fine, quanto meno non si era schiantato da qualche parte.  Attivò il navicomputer alla ricerca di informazioni utili per capire la sua posizione attuale. 
“Sto cercando…” riportava la mappa stellare.
– Ma com’è possibile se ho fatto un salto solo… –
Sgranò improvvisamente gli occhi e si gettò letteralmente sullo scanner: corto raggio, nulla; medio raggio?, nulla.  Nessun pirata all’orizzonte. Almeno questo.
Avviò il simulatore e mandò i dati dell’ultimo salto a partire dalla sua posizione.  Magari avrebbe avuto qualche indizio sul perché le stelle tutto intorno non gli dicevano niente. 
– Ho saltato nella nebula… – disse a se stesso.  Il computer non aveva registrato però nulla di più.
Mark portò la poltrona in assetto da riposo e lasciò la cabina di pilotaggio per raggiungere il boccaporto di dritta dal quale dette un’occhiata come gli diceva sempre sua madre: un sentiero di stelle si perdeva verso l’infinito. 
– Bellissimo e l’ho scoperto io… il problema è però proprio questo. –
Tornò ai monitor, la mappa continuava a cercare.  Avviò un diagnostico per verificare i danni dopo lo scontro e il suo incubo divenne reale: la sventagliata di colpi liberati dal pirata poco prima del salto aveva danneggiato il generatore principale. 
Mark McBride era consapevole dei rischi, lo era sempre stato e sapeva bene che se si va all’esplorazione non sempre quello che si trova è piacevole. 
Si sedette sulla poltrona e avviò ancora una volta al telecamera.
– Caro fratellino, a questo punto dubito anche mai riceverai questo messaggio.  Ho saltato nella nebula e probabilmente qualsiasi cosa vi sia stato là dentro ha alterato il mio salto mandandomi non so bene dove, ma in un posto stupendo, comunque, perché come diceva sempre il nonno: non ha senso vivere se non lasci un segno ed io, Jason, ho qualcosa per te.  Reclamo la scoperta dell’aggregazione di stelle alle mie attuali coordinate e le battezzo Sentiero di Jason, Mark McBride, Scout licenza n. UEE 126725.  Ti voglio bene. – e salvato il messaggio, lo liberò nello spazio, addormentandosi nella speranza che arrivasse a destinazione.

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